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BHL

Crisi siriana, settembre 2013 - Ritorna Bernard Henri-Levy, il dandy guerriero. E si capisce perché: nel paese di Sitting Bull (Toro Seduto) i tamburi di guerra si fanno sempre più assordanti, l’ascia di guerra è stata dissotterrata ed è la “Danza degli Spiriti” (quelli cattivi, è ovvio) che batte il tempo. Il gruppo dei danzatori intorno al fuoco è numeroso e vi si trova di tutto (nella foto, il “filofoso” Bernard Henri-Levy)

 

Ritorna Bernard Henri-Levy, il dandy guerriero. E si capisce perché: nel paese di Sitting Bull (Toro Seduto) i tamburi di guerra si fanno sempre più assordanti, l’ascia di guerra è stata dissotterrata ed è la “Danza degli Spiriti” (quelli cattivi, è ovvio) che batte il tempo. Il gruppo dei danzatori intorno al fuoco è numeroso e vi si trova di tutto: illustri neoconservatori (neo con), difensori di Israele ferocemente filo-sionisti, ex membri dell’amministrazione Bush, noti islamofobi, statunitensi con la doppia cittadinanza Usa e israeliana, guerrafondai sulle cui spalle grava già la responsabilità della guerra in Iraq, feroci detrattori dell’Iran e, per salvare le convenienze, qualche oppositore siriano filo-USA.

E’ questo areopago formato da 74 persone, pomposamente definite “esperti di politica estera”, che ha appena firmato una lettera indirizzata a Obama, esortandolo a “rispondere in modo deciso, imponendo misure che abbiano conseguenze significative sul regime di Assad”. Come minimo, dicono, “gli Stati Uniti, e i loro alleati e partner che lo desiderino, dovranno usare delle armi a lunga gittata e la forza aerea per colpire le unità militari della dittatura siriana che sono state coinvolte nella recente utilizzazione su grande scala di armi chimiche” (1)

E, nel bel mezzo di questa camarilla di bellicisti assetati di guerra e di falchi avidi di facili prede, troneggia il dandy guerriero. Con le ali spiegate cerca nuove battaglie, nuove distruzioni, nuovi spargimenti di sangue, sperando che non schizzino le sue camice bianche immacolate di chez Charvet (nota casa di moda parigina).

 

A proposito di Libia, BHL è l’invitato di Frédéric Taddei (France 3, 29 maggio 2012)

 

Interessante: Ascoltate il dialogo tra Taddei e BHL e leggete, poi, il seguente testo sui dandy, scritto da Thomas Carlyle nel 1831:
“E adesso, per tutto questo martirio perpetuo, e per la Poesia, e anche la Profezia, cos’è che il Dandy chiede in cambio? Solamente, possiamo dirlo, che voi riconosciate la sua esistenza; che voi ammettiate che è un oggetto vivente; o almeno visibile, o qualcosa che rifletta i raggi luminosi. Non chiede oro o argento (oltre quello che la Legge avara gli ha già assegnato); niente altro che il vostro sguardo. Comprendete il suo significato mistico, o sbagliatelo completamente e fatene una interpretazione sbagliata; ma guardatelo, e lui è contento”.

Thomas Carlyle (Sartor Resartus, 1831)

 Bisogna ammettere che dal suo ultimo “exploit” libico, quando strombazzava ai quattro venti di “fare la guerra senza amarla”, l’ozio guerriero ha pesato sul nostro Clausewitz dei tempi moderni. E rieccolo partire per una nuova competizione di piacere in Siria. “La guerra amandola”, questa volta?
E siccome non ha più la libertà di manovra che aveva al tempo in cui era gran visir del presidente bling-bling, deve fare comunella coi neo con d’oltre Atlantico, veri falchi coi quali condivide l’orientamento ideologico e, con alcuni di essi, l’appartenenza religiosa.
Perché, oltre l’obbedienza politica, l’appartenenza religiosa non è anodina in BHL. E’ stato lui stesso a dichiarare, nel novembre 2011, che era stato “in quanto ebreo” che aveva “partecipato all’avventura politica in Libia”. Aggiungendo: “Ho portato come vessillo la fedeltà al mio nome e la fedeltà al sionismo e a Israele” (2)

(Il discorso pronunciato davanti al CRIF sulla sua azione in Libia, “in quanto ebreo”)

E che bella riuscita questa avventura libica! Il gagà bellicoso si deve sentire fiero d’essere responsabile (almeno in parte) della morte di decine di migliaia di persone e dell’annientamento di un paese. Ignora il nostro che cosa è diventata la Libia dopo la sua “partecipazione” al conflitto? Con un titolo che non potrebbe essere più eloquente (“Tutti pensiamo che la Libia sia evoluta. Sì, ma nell’anarchia e nella rovina”), ecco che cosa ci racconta Patrick Cockburn in un recente articolo: “Mentre l’attenzione del mondo è concentrata sul colpo di Stato in Egitto e l’attacco coi gas tossici in Siria, negli ultimi due mesi la Libia è piombata, nel silenzio generale, nella sua peggiore crisi economica e politica dopo la sconfitta di Gheddafi due anni fa. I poteri pubblici sono disintegrati in tutte le regioni del paese, smentendo le rivendicazioni dei politici statunitensi, inglesi e francesi, secondo i quali l’azione militare della NATO in Libia nel 2011 sarebbe un notevole esempio di intervento militare straniero riuscito, che dovrebbe ripetersi in Siria” (3).

Niente di cui un bellimbusto dovrebbe inorgoglirsi, vero? Ma no, trattandosi di BHL, lui ricomincia. L’arte di trasformare i fiaschi in successi è appannaggio dei tartufi della filosofia. Bisogna, a conferma, ricorrere alla testimonianza del “celebre” Jean-Baptiste Botul? (personaggio immaginario inventato da Frédéric Pagès, giornalista del periodico satirico Canard Enchainé. E’ un filoso, specialista di Immanuel Kant, sulla cui vita sessuale avrebbe tenuto una celebre conferenza in Paraguay).
In proposito, Pierre Assouline riferisce che BHL è talmente attento alla propria leggenda e alla propria biografia che “perfino una nota falsa sarebbe immediatamente riciclata dai più compiacenti ripetitori della sua rete” (4).

I neo-con statunitensi hanno avuto gli stessi insuccessi del dandy guerriero. Sono stati loro a convincere George W. Bush a invadere l’Iraq, nonostante la storia abbia dimostrato che questo paese non possedeva né armi di distruzione di massa né alcun legame coi fatti dell’11 settembre. Sono stati talmente screditati dalla tragedia irachena che è difficile pensare che possano avere una qualche opinione pertinente su ogni altro conflitto.

Ma anche dopo questa scoperta storica, conosciuta e riconosciuta dalla maggior parte dei mortali, riprendono servizio nel conflitto siriano, con un discorso analogo a quello dell’Iraq. Le centinaia di migliaia di Iracheni che hanno perso la vita – e che non avevano chiesto proprio niente- non valgono niente ai loro occhi?

Questa arrogante fatuità nei comportamenti dei neo con non è poi così strana se si considerino le caratteristiche del neo-conservatorismo, come descritte da Jonathan Clarke, del “Carnegie Council for Ethics in International Affairs”: i) la tendenza a percepire il mondo per opposizione: buono e cattivo; ii) la scarsa tolleranza verso la diplomazia; iii) la propensione all’uso della forza militare; iv) l’insistenza sulla necessità per gli Stati Uniti di agire in modo unilaterale; v) il disprezzo per le organizzazioni multilaterali; e vi) una focalizzazione sul Medio Oriente (5).

Da notare che il sesto punto è un modo “politically correct” di dire che i neo con sono difensori accaniti dello Stato di Israele.

Ma chi sono, oltre al dandy guerriero, gli altri firmatari della lettera al presidente USA?

La lunga lista include “pezzi grossi” del neo conservatorismo come William Kristol, Robert Kagan, Elliott Abrams o Danielle Pletka. In un articolo pubblicato dal giornale israeliano Haaretz nel 2003, si legge che « la guerra in Iraq è stata concepita da 25 intellettuali neo conservatori, la maggior parte dei quali ebrei, che hanno spinto il presidente Bush a cambiare il corso della storia », tra essi si possono citare Elliott Abrams e William Kristol [6]. Quest’ultimo, figlio del fondatore del neo conservatorismo, è il co-fondatore (con Robert Kagan) del think tank neo conservatore « Project for the New American Century » (PNAC) che ha avuto una influenza considerevole sull’amministrazione di Bush figlio. Non meno di 19  dei firmatari della lettera appartengono a questa organizzazione.

Uno dei membri del PNAC, Martin Peretz, è stato apprezzato per la « sua fedeltà incrollabile a Israele » (17). La storia non dice se questo riconoscimento ha avuto qualche relazione con le sue dichiarazioni, come quella che la « società araba è sclerotizzata e arretrata » o che i Drusi sono « congenitamente indegni di fiducia ».
E questo non è che un campione di ciò che « Peretz scrive sui Palestinesi, i Siriani, i Libanesi, gli Iracheni e tutti gli altri non ebrei, ch’egli considera esseri ignobili, primitivi e insuscettibili di ‘civilizzazione’ »  (8). Stessa solfa per Reuel Marc Gerecht, un altro membro del PNAC, che ha dichiarato che gli Iracheni « hanno il terrorismo nel proprio DNA » (9). Un terzo, Joshua Muravchik, ha scritto nel 2006 un articolo dal titolo sbrigativo: « Bombardate l’Iran » (10).

Harvard (25 settembre 2010). Manifestazione studentesca contro Martin Peretz e i suoi discorsi razzisti

 

Sette firmatari di questa lettera sono stati membri del “Committee for the Liberation of Iraq” (CLI), una organizzazione che si proponeva di “promuovere la pace regionale, la libertà politica e la sicurezza internazionale con la sostituzione del regime di Saddam Hussein con un governo democratico che rispetti i diritti del popolo iracheno e cessi di minacciare la comunità delle nazioni”. Nei ranghi del CLI militava il senatore Joseph Lieberman, insignito nel 2009 del premio “Difensore di Israele”, assegnatogli da “Christians United for Israel” (CUFI), una importante organizzazione statunitense filo-Israele (11). E’ sempre questo Lieberman che si reca regolarmente nei paesi arabi “primaverizzati” in compagnia di un altro illustre membro del CLI, il senatore repubblicano John McCain.

Benché non sia tra i firmatari della lettera, McCain, il tenace avversario dell’attuale presidente nelle elezioni del 2008, viene attualmente considerato come un “alleato cruciale di Obama” nel dossier siriano (12). Negli Stati Uniti un simile riavvicinamento tra due personalità politicamente avversarie non è un fatto sorprendente quando si tratti di politica estera. Nel dossier iraniano, per esempio, il presidente Obama si è circondato degli stessi falchi che consigliavano il suo predecessore G. W. Bush. D’altronde tre membri dello “United Against Nuclear Iran” (UANI) fanno parte del gruppo dei 74 firmatari. Si tratta di Mark D. Wallace (presidente dello UANI), Henry D. Sokolski e Fouad Ajami. Wallami è stato direttore aggiunto della campagna 2004 del presidente Bush e consigliere principale del senatore McCain durante le presidenziali del 2008. UANI è una lobby anti iraniana molto aggressiva (13): negli Stati Uniti il suo ruolo è di influenzare la politica ad agire contro l’Iran e, all’estero, denuncia e pubblicizza qualsiasi minima violazione delle sanzioni imposte contro questo paese.

Come segnalato nel cappello della lettera al presidente, i nomi di ex funzionari del governo USA fiancheggiano quello del dandy guerriero. Se ne possono enumerare almeno 14, tra cui Paul Brenner, ex amministratore degli Stati Uniti in Iraq dopo l’invasione di questo paese, Paula Dobriansky, sotto segretario di Stato alla democrazia e agli affari internazionali ed Eliot A. Cohen, consigliere di Condoleeza Rice al Dipartimento di Stato. Tutto questo bel mondo ha “operato” nell’amministrazione G. W. Bush.

La lista sarebbe incompleta senza la presenza di persone proveniente dal paese da bombardare. Infatti i nomi di tre dissidenti siriani filo-USA ci sono. Si tratta di Ammar Abdulhamid, di sua moglie Khawla Yusuf e di Radwan Ziadeh.

Il primo è figlio di due artisti siriani: la celebre attrice Mouna Wassef e il cineasta Mohamed Chahine. Residente attualmente negli Stati Uniti, è un feroce oppositore del governo siriano. In una intervista ad una radio statunitense, ha riconosciuto di essere stato assai vicino all’islamismo radicale e di non essere riuscito a unirsi ai Talibani in Afghanistan. Da imam in una moschea di Los Angeles, ha confessato di essere diventato prima ateo e poi agnostico (14).

 

Ammar Abdulhamid ( a sinistra) seduto vicino al presidente George W. Bush. Per ascoltare Ammar Abdulhamis parlare della sua vita, cliccare sul link qui sotto:
Leaving Syria: Ammar Abdulhamid
(NPR, le 1er août 2006, à 11h)

Da sinistra a destra : la Yemenita Tawakkol Karman (premio Nobel per la Pace) e Khawla Yusuf, moglie di Ammar Abdulhamid

Radwan Ziadeh è un attivista siriano molto prolifico, il cui curriculum mostra i molti agganci con l’amministrazione statunitense (15). E’ comparso sulla scena mediatica quale membro influente del Consiglio nazionale siriano (CNS). Nel 2005, ha fondato il “Damascus Center for Human Rights Dtudies” (DCHRS), un centro che, secondo Jeffrey Blankfort, è strettamente legato alla “National Endowment for Democracy” (NED) e che gli serviva come “copertura per le sue attività” in Siria (16). La NED è una organizzazione statunitense di “esportazione della democrazia”, molto coinvolta nella formazione dei cyber attivisti arabi che hanno avuto un ruolo di primo piano nei paesi toccati dalla “primavera araba” (17). Il sito del DCHRS indica che il suo direttore attuale è Burhan Ghalioun, il primo presidente del CNS.

Nel 2008 Ziadeh ha co-fondato a Washington il “Syrian Center for Political and Strategic Studies”, di cui Ammar Abdulhamid è membro del consiglio di consulenza. Tra le sue innumerevoli attività, Ziadeh è stato membro emerito dell’US Institute of Peace, un think thank finanziato dal governo USA (18) e anche del “Fikra Forum”, che è una “comunità on line che mira a produrre idee per sostenere i democratici arabi nella lotta contro l’autoritarismo e l’estremismo” (19). Il “Fikra Forum” è un progetto avviato dal “Washington Institute for Near East Policy” (WINEP), un think thamk molto influente nelle questioni relative al Medio Oriente (20). Da notare ancora che Ammar Abdulhamid è membro anche lui del “Fikra Forum” e che questa organizzazione è diretta da David Pollock, anch’egli membro del WINEP e firmatario della lettera a Obama.

Fin qui non c’è nulla di eclatante, salvo che la WINEP è una creazione della “American Israel Public Affairs Committee” (AIPAC), la lobbie ebraica filo-israeliana più potente degli Stati Uniti (21)

Come c’era da aspettarsi, l’AIPAC getta sulla bilancia tutto il suo peso per promuovere l’utilità e la necessità di una azione militare contro la Siria. Secondo alcuni dei suoi responsabili, “se la Siria sfugge alla punizione statunitense per l’utilizzazione di armi chimiche, l’Iran potrebbe sentirsi incoraggiata in futuro ad attaccare Israele” (22).

Ciò che spinge M.J. Rosenberg a dire: “All’AIPAC non interessano la Siria o le vittime siriane dell’attacco chimico, ma interessa l’Iran. Se (l’AIPAC) non può fare uno sforzo relativamente minore contro la Siria, come potrà vendere agli USA (ivi compreso il Congresso) una grande guerra contro l’Iran?” (23).

E non sono solo l’AIPAC o i 74 della lettera a Obama a chiedere un intervento di forza in Siria. E’ sceso anche in campo un gruppo di “eminenti rabbini statunitensi, espressione di tutte le tendenze religiose e politiche” (24). La cosa più curiosa nella missiva che hanno inviato ai membri del Congresso sta in una frase che afferma come “con questo atto, il Congresso potrà salvare migliaia di vite”.

C’è da chiedersi come sia possibile salvare delle vite esortando la più grande potenza militare del mondo a bombardare un paese. Questa tirata molto “filantropica” assomiglia stranamente alla solfa del dandy guerriero sulla “guerra senza amarla”. Ma i rabbini dispongono forse di un metodo segreto che intendono insegnare agli strateghi militari. Chissà?

Tutto ciò ci spinge a formulare questa domanda, di concerto con Jeffrey Blankfort: “Qualcuno pensa seriamente che questi agenti israeliani si preoccupino del popolo siriano o di ogni altro abitante non ebreo della regione?”

Bisogna arrendersi all’evidenza che l’AIPAC, questo gruppo di rabbini, BHL e i suoi 73 accoliti sono tutti allineati sulla posizione ufficiale di Israele che appoggia Obama nella sua missione punitiva contro la Siria.

L’ambasciatore israeliano a Washington avrebbe anche aggiunto: “Anche per ciò che riguarda l’opposizione jihadista, noi preferiamo i cattivi che non sono sostenuti dall’Iran a quelli che lo sono” (25).

Con questa lettera, veramente il dandy guerriero, i suoi amici neo-con e gli attivisti in servizio attivo credono di avere una qualche minima credibilità dopo il caos che hanno seminato in Libia e in Iraq? Pensano realmente di essere più virtuosi dei circa due terzi della popolazione occidentale che si oppone attualmente a ogni tipo di intervento militare in Siria (26) nonostante tutto il battage mediatico pro-guerra?

Da parte sua, BHL non potrebbe piuttosto mettere la sua energia, i suoi soldi, le sue relazioni, i suoi (numerosi) contatti coi media o la sua firma a servizio di una soluzione pacifica tra i belligeranti, risparmiando così la vita di vittime innocenti che si usa contabilizzare nelle colonne dei “danni collaterali”?

Questa accozzaglia di “promotori di guerra senza amarla”, di neo-con bellicisti, di rabbini “illuminati”, di guerrafondai filo-israeliani e di politicanti guerrieri impedirà sempre che nel paese di Sittimg Bull si possa fumare il calumet della pace.

E il dandy guerriero in tutto questo? Come un “usignolo dei cimiteri” (27), continuerà a becchettare in tutte le fosse comuni che avrà sistematicamente e “amorevolmente” contribuito a scavare.

Ahmed Bensaada

http://www.ahmedbensaada.com

15 settembre 2013

Trad. italiano : http://www.ossin.org/
Riferimenti:

1. James Kirchick, Christopher J. Griffin, Dan Senor, Robert Zarate, Robert Kagan, et William Kristol,  « Foreign Policy Experts Urge President Obama to Respond to Assad’s Chemical Attack », The Foreign Policy Initiative, 27 agosto 2013, http://www.foreignpolicyi.org/content/foreign-policy-experts-urge-president-obama-respond-assads-chemical-attack

2. AFP, « Libye: BHL s’est engagé “en tant que juif” », Le Figaro, 20 novembre 2011,http://www.lefigaro.fr/flash-actu/2011/11/20/97001-20111120FILWWW00182-libye-bhl-s-est-engage-en-tant-que-juif.php

3. Patrick Cockburn, « Special report: We all thought Libya had moved on – it has, but into lawlessness and ruin », The Independent, 3 settembre 2013, http://www.independent.co.uk/news/world/africa/special-report-we-all-thought-libya-had-moved-on–it-has-but-into-lawlessness-and-ruin-8797041.html

4. Pierre Assouline, « Lévy d’Arabie », La République des livres, Blogs Le Monde, 13 novembre 2011,http://passouline.blog.lemonde.fr/2011/11/13/levy-darabie/

5. Jonathan Clarke, « Viewpoint: The end of the neo-cons? », BBC News, 9 febbraio 2009,http://news.bbc.co.uk/2/hi/americas/7825039.stm

6. Ari Shavi, « White man’s burden », Haaretz, 3 aprile 2013,http://www.haaretz.com/news/features/white-man-s-burden-1.14110

7. Caroline Glick, « Martin Peretz — An Appreciation »,  Frontpage Mag, 28 dicembre 2012,http://frontpagemag.com/2012/caroline-glick/martin-peretz-an-appreciation/

8. Alex Pareene, « No. 5: Marty Peretz », Salon, 24 novembre 2010,http://www.salon.com/2010/11/24/hack_list_5/

9. PBS, « Is Iran Next? », 25 ottobre 2007,
http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/showdown/themes/irannext.html#gerecht

10. Joshua Muravchik, « Bomb Iran », Los Angeles Times, 19 novembre 2006,http://www.latimes.com/news/la-op-muravchik19nov19,0,4699035.story

11. Eric Fingerhut, « Christian Zionist parley: Don’t pressure Israel », JTA, 23 lugliot 2009,http://www.jta.org/2009/07/23/news-opinion/politics/christian-zionist-parley-dont-pressure-israel

12. AFP, « Syrie: le républicain John McCain, un allié crucial d’Obama », Libération, 6 settembre 2013,
http://www.liberation.fr/monde/2013/09/06/syrie-le-republicain-john-mccain-un-allie-crucial-d-obama_929837

13. Ahmed Bensaada, « Ahmadinejad à Times Square », Le Quotidien d’Oran, 15 agosto 2010,http://www.ahmedbensaada.com/index.php?option=com_content&view=article&id=92:ahmadinejad-a-times-square&catid=48:orientoccident&Itemid=120

14. Nora Boustany, « A Modernizer Challenges Syria’s Old Order », The Washington Post, 30 luglio 2004,http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A26011-2004Jul29.html

15. Johannes Gutenberg-Universität Mainz, « Dr. Radwan Ziadeh », http://www.uni-mainz.de/Organisationen/israel-ag/Konferenz2010/Lebenslaeufe/Ziadeh.pdf

16. Jeffrey Blankfort, Enregistrement audio (à partir de 3 min),  « Takes on the World », Radio4all, 12 febbraio 2012, http://www.radio4all.net/files/ jblankfort@earthlink.net/1752-1-totw020812newsopinions.mp3

17. Ahmed Bensaada, « Arabesque américaine : Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe », Éditions Michel Brûlé, Montréal (2011) ; Éditions Synergie, Alger (2012), Chap. 2.

18. Charlie Skelton, « The Syrian opposition: who’s doing the talking? », The Guardian, 12 luglio 2012,http://www.theguardian.com/commentisfree/2012/jul/12/syrian-opposition-doing-the-talking

19. Fikra Forum, « About us », http://fikraforum.org/?page_id=2

20. The Washington Institute for Near East Policy (WINEP), « Project Fikra : Defeating extremism through the power of ideas », http://www.washingtoninstitute.org/about/research-programs/project-fikra/

21. M.J. Rosenberg, « Does PBS Know That “The Washington Institute” Was Founded By AIPAC? », 12 aprile 2010, The Huffington Post, http://www.huffingtonpost.com/mj-rosenberg/does-pbs-know-that-washin_b_533808.html

22. Richard Hétu, « La Syrie, l’AIPAC et le New York Times », La Presse, le 3 settembre 2013,http://blogues.lapresse.ca/hetu/2013/09/03/la-syrie-laipac-et-le-ny-times/

23. M.J. Rosenberg, « On Syria, AIPAC, The 800 Pound Gorilla, Risks Looking Like A Chimp! », MJRosenberg.com, 7 settembre 2013, http://mjayrosenberg.com/2013/09/07/on-syria-aipac-the-800-pound-gorilla-risks-looking-like-a-chimp/

24. JTA, « US rabbis urge Congress to back Obama on Syria », The Times of Israel, 5 settembre 2013,http://www.timesofisrael.com/us-rabbis-urge-congress-to-back-obama-on-syria/

25. Le Monde, « L’indécision en Syrie : le prix politique du fiasco irakien », 7 settembre 2013,http://www.lemonde.fr/idees/article/2013/09/07/l-indecision-en-syrie-le-prix-politique-du-fiasco-irakien_3472856_3232.html

26. Rebecca Shimoni Stoil, « Israeli policy statement supports Obama on Syria », The Times of Israel, 4 settembre 2013, http://www.timesofisrael.com/israeli-policy-statement-supports-obama-on-syria/

27. Per avere difeso Israele durante l’aggressione contro il Libano, Michel del Castillo aveva definito BHL un « usignolo dei cimiteri ». Per leggere l’articolo http://www.micheldelcastillo.com/index.php?view=article&catid=34%3Ablog&id=63%3A29-juillet-2006-bhl-le-rossignol-des-charniers&format=pdf&option=com_content&Itemid=50&5b1ffddf1406c810dcfb23f29970eddd=47f4563d216695cedecbb4fb579e2094


3 Commenti a “Siria: il dandy e i falchi”

  • SILVIO:

    Buon articolo, ben documentato e linkato.

    Ma di ”Global Research” c’è da fidarsi ciecamente ?

    Nel dubbio, opto per Gordon Duff che in materia ha pubblicato un pezzo sconvolgente partendo dalla “mafia pedofilo-gay” (by “Skull and Bones”/ADL/ AIPAC & the “Simon Wiesenthal Center”) che indusse GW Bush alla guerra in Iraq sino a toccare i giorni nostri (= guerra alla Siria), svelando inquietanti particolari inediti circa i legami tra il “Center for Disease Control” di Atlanta ed i laboratori di Tbilisi in Georgia, sospettati con fondate ragioni di avere prodotto l’arsenale di armi chimiche attualmente in circolazione in Medio Oriente ed in Asia.
    http://www.veteranstoday.com/2013/10/11/how-syria-unlocked-americas-dark-closet/

  • Argo:

    http://sapereeundovere.it/
    Ragazzi perché non aggiungete questo sito nella sezione “links”?

  • renato:

    Per il momento il dandy l’ha presa in cul……Dopo si vedrà

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