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False rivoluzioni per la Nuova Europa: ONG ‘Otpor’ alla guida di eserciti invisibili

C’è qualcosa di veramente anomalo nelle proteste di Sarajevo e Tuzla, che forse pochi hanno capito, ma senza dubbio non è sfuggito allo sguardo dei più attenti. In un breve lasso di tempo, la protesta di alcuni lavoratori di un villaggio della Bosnia Centrale si è trasformata in una sommossa popolare su scala nazionale che, per la sua violenza, è giunta all’attenzione della Comunità Internazionale. Ci chiediamo quale sia stata la scintilla ideologica che ha trasformato una contestazione sindacale in una protesta di massa di grande impatto mediatico. Ma soprattutto perché nelle piazze non c’erano i lavoratori, gli imprenditori e i cittadini, bensì un gruppo di teppisti e hooligans che ha incendiato i Governi dei cantoni e la Presidenza, simboli del concetto di tutela dei popoli costitutivi introdotto dal Dayton. Così mentre le anagrafi bruciavano, un piccolo manipolo di manifestanti continuava a ripetere che questa era la giusta reazione della popolazione disperata, o meglio ‘affamata’ dai partiti politici, dal costo dell’amministrazione cantonale e dalla corruzione. Le richieste presentate sono quanto meno assurde e irrealizzabili, e vanno dal pagamento di un reddito di cittadinanza per i disoccupati della Bosnia, alla rimozione di tutti i politici dalle autorità locale, con le dimissioni dei governi cantonali e la nomina di commissioni di esperti.

E’ davvero strano che il popolo bosniaco, per anni foraggiato dalla Comunità Internazionale, decide di sollevarsi dopo vent’anni di trattative di ‘democratizzazione’, per gridare che “non ha più pane”. E lo fa proprio quando il processo diplomatico dell’Unione Europea per la riforma elettorale fallisce e rincarano le pressioni statunitensi per la rimozione dei cantoni. Tutto così perfetto e coordinato, come non succedeva da tempo in questa regione, dove regna l’irrazionalità e l’inconcludenza. Non è così lontano dalla realtà affermare che la cosiddetta primavera balcanica è stata organizzata e pianificata da entità esterne al contesto della Bosnia, coordinata da una regia ben esperta di tecniche manipolazione delle masse, ma non abbastanza per popoli come i Balcani, così piccoli ma ben strutturati. La rivolta popolare senza popolo è l’ultima trovata americana, delle cosiddette ONG burattine che professano democrazia e lotta alla corruzione. Erano talmente sicuri del fatto loro, che hanno montato una strategia del tutto semplicistica, ma soprattutto surreale: bastava studiare un po’, ricostruire la memoria storica, e inscenare quindi qualcosa di più credibile. Invece, hanno creato una serie di gruppi sulle reti sociali nello stile di Otpor (UDAR è il gruppo delle proteste di Tuzla), hanno replicato in maniera robotica un manifesto di propaganda, e hanno scelto la parola “affamati” come strumento di comunicazione per unire tutti i tre popoli della Bosnia (gladan/affamato ha lo stesso significato nelle varie lingue della ex-Jugoslavia, a differenza di pane, che cambia dal serbo al croato). Con queste tecniche spicciole hanno cercato di confondere il malessere popolare con una rivolta interna, per creare caos e poi dirigere una conferenza di pace.Tuttavia, la manipolazione delle masse è stata talmente evidente, che gli stessi funzionari della Bosnia si sono fermati a guardare lo spettacolo, aspettando che la situazione si calmasse per riprendere la routine amministrativa. Vi sono stati, senza dubbio, dei complici all’interno del Governo della Bosnia, che hanno ‘chiuso un occhio’ e fermato la mano della polizia, lasciando passare i manifestanti che, armati di molotov e taniche di benzina, entravano nelle anagrafi e nell’archivio storico della Presidenza. Il piano tuttavia è fallito a causa dell’incompetenza, sopratutto di chi ha fomentato un clima di tensione, sperando che i lavoratori e la popolazione si unissero alla protesta e occupassero le istituzioni. Invece, le persone hanno ben presto preso le distanze da questi atti eclatanti: per mantenere viva l’atmosfera una piccola brigata di studenti e disoccupati hanno consegnato un documento preconfezionato, che dovrebbe essere una specie di manifesto della minaccia democratica, per poi comodamente tornare a casa, continuando la loro rivoluzione vicino ad un computer. Anche i bambini hanno capito che non c’era niente di che preoccuparsi, che tutto finirà nella solita bolla balcanica, perché in questi Paesi non succede niente di serio quando viene dall’estero.

Non basta quindi pagare gli hooligans dai Tycoon, non basta trovare slogan che uniscono i popoli, non basta studiare strategie con ‘quattro strizzacervelli falliti e fustrati’, non bastano i soldi che avete per inscenare le sovversioni. Non si può fare la rivoluzione con la neuroscienza, ma con la disperazione, e in questi posti la gente non è disperata per la fame, ma esasperata dalle promesse che fatte e mai mantenute. Grande responsabilità di quanto accaduto, ricade infatti sulla falsa politica europea, sul Commissario Stefan Fule e l’Alto Rappresentante Catherine Ashton, che non hanno mai imposto un controllo sull’utilizzo dei fondi europei da parte delle ONG occidentali dispiegate nella regione, il cui ruolo era proprio sorvegliare la giusta perequazione del denaro dei contribuenti europei ed americani. Ci chiediamo come sia possibile parlare di corruzione nelle politiche di privatizzazione, se a tale scopo è stata portata in Bosnia Transparency International, è stato istituito un Ufficio della Comunità Internazionale e una serie di delegazioni europee. Allora vuol dire che la colpa non è solo dei politici, ma soprattutto di chi aveva il potere di gestire i soldi e non ha preteso rigore verso i propri stessi funzionari, i consulenti e gli analisti pagati dai fondi UE.

Riponendo nella penombra l’inefficienza e la sterilità degli interventi delle istituzioni europee e della stessa Comunità Internazionale, l’immobilismo della Bosnia rispetto agli altri Paesi dei Balcani viene giustificato con la corruzione dei politici locali, mentre una sommossa popolare offre l’interessante occasione di imporre una riforma elettorale e cominciare un percorso di riorganizzazione istituzionale. Una forzatura questa necessaria per riuscire a porre a realizzare un piano per la Nuova Europa, che non può aspettare la lenta burocrazia dei cantoni e delle entità. Evidenti sono infatti i parallelismi con gli eventi dell’Ucraina, dove il movimento di rivolta è stato guidato da un gruppo di ONG straniere, che ha spinto le frange più estreme a porre in essere degli atti eclatanti per fare pressioni sui partiti. La gestione della crisi è stata pessima, e il risultato è stato un lento rinvio delle decisioni, dinanzi al rischio di una frammentazione interna dello Stato. Fatti questi che mettono in evidenza la grande divisione dell’Europa, e gli stessi contrasti con gli Stati Uniti, che hanno posto seri dubbi circa la credibilità delle strategie di integrazione nell’Est Europa.
In tal senso, quanto sta accadendo in questi Paesi ancora non stabilizzati, deve fare da monito per le stesse democrazie europee, che non sono certo a riparo da movimenti di destabilizzazione che provengono dalle reti delle organizzazioni non governative. Le nuove rivoluzioni non le fanno più i movimenti storici della Guerra Fredda, bensì gli eserciti invisibili fatti di singoli mercenari ed istigatori che si insinuano nelle associazioni per organizzare nuove sommosse, con programmi populisti, privi di ideologia, vuoti di contenuti costruttivi, votati alla distruzione. I nostri governi devono imporre maggiori controlli sulle attività delle ONG straniere perché sono loro il braccio armato delle lobbies, del Fondo Monetario, dei gruppi energetici. Le aggressioni non provengono più dagli stati-nazione, bensì da sfere di interesse economico, che assoldano Agenzie di Comunicazione e Marketing per orchestrare delle campagne di manipolazione, applicando le tecniche delle neuroscienze per costruire slogan, montare immagini e creare nuove parole. Lotta per la democrazia e la corruzione, nascondono ormai operazioni di dossieraggio e di archiviazioni di dati, da utilizzare al momento opportuno per cambiare l’esito di una trattativa.A questo si è ridotta la grande fratellanza europea, la strategia di stabilizzazione americana e la politica garantista delle Nazioni Unite. A maggior ragione, la stessa ONU è divenuta il simbolo della corruzione della Comunità Internazionale, essendo ormai ostaggio delle lobbies delle armi e del petrolio, delle gare d’appalto pilotate e delle campagne ipocrite di sensibilizzazione dei diritti umani. Ha molto più valore un logo ripreso dai media su un teatro di guerra, che un reale risultato di evoluzione delle società in cui si insediano.
Michele Altamura

2 Commenti a “BOSNIA – OPTOR ALLA GUIDA DEGLI ESERCITI INVISIBILI”

  • Lino Bottaro:

    Ottima analisi di prima mano
    Grazie

  • barbara:

    come si faccia ad escludere che il malcontento vi sia, che i disoccupati vi siano, vorrei saperlo.

    IO non escludo che siano subentrati i soliti noti a mestare nel torbido, quello che trovo strano è che mai nelle altre rivoluzioni colorate ho sentito parlare di REDDITO per tutti i disoccupati.

    CHi finanzia queste rivoluzioni, ha un programma neoliberista in testa e il reddito di cittadinanza non è una misura amata in quegli ambienti.

    Inoltre, riporto da Osservatorio Balcani che, a mio giudizio, sono estremamente corretti smascherando tutte le bugie anche contro i serbi :

    Le privatizzazioni fallite che tormentano la Bosnia
    ita
    Dražen Šimic 14 febbraio 2014
    Le privatizzazioni fallite che tormentano la Bosnia
    (woodleywonderworks – flickr)
    Disagio sociale, disoccupazione, corruzione e assenza di futuro sono al cuore delle proteste di questi giorni in Bosnia Erzegovina. E i lavoratori licenziati tornano a denunciare le privatizzazioni, spesso torbide, di molte aziende pubbliche, ora miseramente fallite
    (Pubblicato originariamente da “Balkan Insight” il 12 febbraio 2014, selezionato e tradotto da OBC)
    Costringere alle dimissioni i governi cantonali è stata finora per i manifestanti bosniaci l’impresa più facile. Difficile, se non impossibile sarà fare in modo che vengano resi pubblici e denunciati i meccanismi e gli accordi delle privatizzazioni disastrose che hanno lasciato per strada migliaia di lavoratori. CONTINUA QUI
    http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Le-privatizzazioni-fallite-che-tormentano-la-Bosnia-148052

    FORSE, come spesso succede qui, si mandano i teppisti di modo che le giuste rivendicazioni, portate avanti dalla maggioranza dei disagiati SIANO OSCURATE

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