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39525_unione-europeaChi ce l’ha con la Serbia e l’Italia, chi brucia le fabbriche. che non vuol dire lasciare accesa una sigaretta ma è un lavoretto parecchi complicato, difficilotto.
I giornali americani e inglesi fanno a gara nello spalar fango addosso all’Italia ed a Silvio Berlusconi. Non è opportuno, spiegano, lavorare con i paesi slavi. Non si può comprare energia dal nemico! Si il nemico serbo o russo.  Ma stiano tranquilli con le loro  più di cento basi militari, aeronautiche, marine e atomiche in Italia sarà uno scherzo per loro difenderci.  Si loro, perchè noi un vero esercito non ce l’abbiamo più da quando non esiste più l’obbligo di difendere lo stato con il servizio di leva. Una domanda mi pongo: ma il servizio militare lo hanno sospeso per sollevare dall’ansia le madri dei ragazzi che dovevano andare a servire lo stato o per evitare agli italiani la possibilità di difendere il loro stato? Boh…
Ma si  non c’è da preoccuparsi finchè c’è Rintintin possiamo sentire tranquilli!
L.B.

Link: http://etleboro.blogspot.com/

I Balcani hanno pian piano riacquistato la loro importanza di area sensibile del continente europeo, sia per le rotte dell’energia che delle merci. Se diamo uno sguardo all’Est ci accorgiamo che questi Paesi sono molto più europei di quanto possano essere l’Islanda o l’Estonia. Essi sono un patrimonio culturale europeo, ma anche una grande risorsa economica.
L’anniversario della caduta del Muro di Berlino è stato senz’altro un momento di grande riflessione per i vertici dell’Unione Europea, che, a distanza di vent’anni, hanno visto questo continente trasformarsi radicalmente. La crisi economica e le divisioni interne ereditate dagli anacronismi e dai residui della Guerra Fredda, hanno messo a dura prova questa “Europa democratica” che stava per spaccarsi proprio sulla firma del Trattato di Lisbona. Dinanzi al rischio di implosione, Bruxelles cambia rotta, dimentica la guerra con il “blocco sovietico” e decide di aiutare l’Europa Occidentale con un’espansione programma verso il Mediterraneo e verso l’Oriente. Infatti, in questi anni abbiamo assistito ad una rapida “esplosione” dei suoi confini, che ha portato l’Unione Europea ad espandersi sino ai confini della Federazione Russa e del Mare del Nord, lasciando però un buco nero nella cartina europea, ossia i Balcani Occidentali.
Le nuove generazioni sono nate con l’idea che oltre la Slovenia ci fosse deserto, distruzione, guerre e desolazione. Fin quando tutti noi stavamo bene e combattevamo l’immigrazione albanese o davamo la caccia ai criminali di guerra, rientrava tutto nella normalità. Ora, che non stiamo più così bene, diamo uno sguardo all’Est e ci accorgiamo che questi Paesi sono molto più europei di quanto possano essere l’Islanda o l’Estonia. I Balcani hanno pian piano riacquistato la loro importanza di area sensibile del continente europeo, sia per le rotte dell’energia che delle merci. Un primo evidente sintomo di questo cambiamento è stato sicuramente l’apertura nei confronti della Serbia che, dopo essere stata bombardata, divisa ed isolata, è ora divenuta partner strategico di Russia e Cina, e dalla stessa Italia, preparandosi ad entrare in Europa. E così, già dal 19 dicembre del 2009 la Serbia, il Montenegro e la Macedonia (Fyrom) hanno ottenuto il via libera per entrare nell’area Schengen (visa free per soggiorni di breve durata, da 1 a mesi). Allo stesso tempo si sta preparando la ‘road map’ per l’adesione di Belgrado che, se tutto va bene potrà avvenire già nel 2014, mentre Podgorica, Skopje e Tirana hanno avuto il via libera per cominciare il loro “questionario per la candidatura”.

Bruxelles, dunque, sta lavorando per avvicinarsi ai Balcani e per aprire questa porta d’Oriente che da sempre fa parte dell’Europa, solo che lo avevamo dimenticato: essa è la culla della cristianità e della multi-etnicità per eccellenza, in cui religioni ed etnie si sono fuse in una caotica armonia. I Balcani sono un patrimonio culturale europeo, ma anche una grande risorsa economica. Attraverso il territorio della Serbia passerà il grande gasdotto russo South Stream, che dalla Bulgaria giungerà a Belgrado per poi arrivare in Ungheria, Austria e Italia. A tale progetto si è unita anche la Slovenia, e la Croazia pensa ad una sua candidatura per evitare di rimanere isolata all’interno della regione, e troppo dipendente dalle importazioni. La regione balcanica è inoltre importante strategicamente anche per i corridoi che portano nell’Europa Orientale, lungo il Danubio e sino al Mar Nero. Oltre ai corridoi V, Vc e 10, l’Italia e la Serbia hanno ipotizzato di promuovere presso l’Unione Europea un nuovo corridoio (n.11), che dovrebbe collegare Timisoara al Porto italiano di Bari, attraverso Vrsac, Belgrado, Cacak, Boljare, Podgorica e Bar. L’Albania, da parte sua, lancia un’interessante iniziativa con i Governi di Azerbaigian, Turchia e altri paesi del Mediterraneo, per la costruzione dell’oleodotto che dal Caucaso giungerà in Albania e terminerà in Europa, conosciuto come “Transadriatik 1″. Questo progetto ambizioso si svilupperà contemporaneamente alla realizzazione con il governo di Qatar di un impianto di rigassificazione e di una centrale termoelettrica a gas nella regione di Seman. Ad essi sarà connesso il progetto della compagnia “ASG Power” volto al trasporto di acqua potabile mediante cisterne verso i paesi del Golfo Persico. Infine, la costa adriatica di Croazia, Montenegro e Albania diventerà una costellazione di porti e diramazioni, per tracciare quelle che saranno le nuove rotte del Mediterraneo di merci ed energia. Le potenzialità di sviluppo sono immense, perché questa regione sarà in grado di spostare l’epicentro degli scambi commerciali da Rotterdam all’Europa Sud-Orientale, visti i suoi stretti legami con la Russia, con il mondo arabo e con la Turchia.

Possiamo dunque concludere che sta veramente nascendo una “nuova Europa”, che cerca di allontanare l’influenza americana e il braccio armato della NATO, per creare una entità politica solidale e compatta. L’Europa occidentale ha bisogno di quella orientale, che non è un pozzo senza fondo ma un patrimonio da tutelare e valorizzare. Un obiettivo di cui si è fatta coerente interprete l’Italia, che cerca di esportare il suo modello industriale, fatto di medie e grandi imprese di successo, che propongono ai propri partner tecnologie utili a ricostruire il Paese con un’economia sostenibile. Un esempio è la cooperazione del Gruppo Fiat e il Governo serbo, il quale ha deciso di proporre alla Serbia non solo un investimento, ma un intero progetto industriale che va dalla predisposizione delle infrastrutture, alla logistica, così come alla costruzione ex novo della filiera produttiva. Allo stesso tempo, il sistema Fiat (il gruppo di Torino ma anche tutte le imprese della filiera della componentistica) ha tratto dei vantaggi, perché ha avuto accesso ad un nuovo mercato per alimentare la produzione nazionale, e non far morire l’industria dell’automobile in Italia. Tra Serbia e Republika Srpska vi sono centinaia di persone che desiderano avere una macchina nuova, che consumi poco e abbia standards europei, e che tra l’altro gode degli incentivi di Stato. Così le macchine assemblate con componenti italiane hanno trovato immediata collocazione sul mercato. Da parte sua, la Fiat ha investito la sua esperienza e la sua conoscenza per far rinascere la Zastava, dopo che i suoi stabilimenti sono stati bombardati. In questo caso le sinergie hanno aiutato entrambe le parti, con un equilibrio, e se tutto andrà come si spera, questa cooperazione porterà al benessere di entrambi i Paesi, come giusto che sia. E’ arrivato anche il momento di fare una giusta informazione su quello che sono i Balcani, sul vero volto di questa “Nuova Europa” che sta sorgendo e anche dell’opinione che l’Europa ha di questi Paesi. Anche se non lo dicono, sanno bene che hanno bisogno dei Balcani, che non vanno da nessuna parte senza la Serbia, né senza l’Albania o la Croazia. E’ questo il vero significato delle parole “integrazione”, anche se usata impropriamente per dire che i Balcani hanno bisogno dell’Europa, quando la realtà è ben diversa.

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