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di Felice Capretta – http://informazionescorretta.blogspot.com/

indice di borsaA grande richiesta pubblichiamo ampi stralci del GEAB report 39.

Di seguito la prima parte gratuita, a breve le parti successive. (Ndr: noi di StampaLibera le pubblichiamo tutte e tre di seguito)
Grazie a Fedro55 per la traduzione.

GEAB 39 – Crisi sistemica globale

Gli Stati di fronte alle tre scelte brutali del 2010: Inflazione, Forte pressione fiscale o Cessazione dei pagamenti.

Come già anticipato dal LEAP/2020 nel Febbraio scorso, in mancanza di un importante riassetto del sistema monetario internazionale, il mondo sta entrando attualmente nella fase della dislocazione geopolitica mondiale della crisi sistemica globale.

Per l’anno 2010, sul fondo della depressione economica e sociale e dell’accresciuto protezionismo, questa evoluzione sta così condannando la maggioranza degli Stati a scegliere fra tre scelte “brutali” e cioè: l’inflazione, la forte crescita dell’imposizione fiscale o la cessazione dei pagamenti.

Un numero crescente di paesi (USA, Regno Unito, Eurolandia [1], Giappone, Cina [2], avendo già sparato tutte le cartucce in materia di politiche di bilancio e di politiche monetarie nella crisi finanziaria del 2008/2009, non può più in effetti darsi altre alternative.

Tuttavia, per un riflesso ideologico, e per tentare di evitare con tutti i mezzi a loro disposizione delle scelte dolorose, essi nondimeno tentano di lanciare dei nuovi piani di stimolazione economica (spesso sotto altre denominazioni) perfino quando è diventato evidente che i formidabili sforzi pubblici di questi ultimi mesi miranti a rilanciare la crescita economica non saranno affatto recepiti dal settore privato.

In effetti il consumatore, come lo si è conosciuto ed inteso da parecchi decenni a questa parte è praticamente morto, e non esiste alcuna speranza di poterlo resuscitare [3].

Dato che oggi quasi il 30% delle economie dei paesi occidentali è costituito da “zombie economici” – istituzioni finanziarie, imprese, e perfino Stati, la cui sopravvivenza è dovuta soltanto alle massicce e quotidiane iniezioni di liquidità nel sistema effettuate dalle banche centrali, l’ineluttabilità della “ripresa impossibile” [4] è dunque confermata.

Il “si salvi chi può” internazionale e sociale (in seno a ciascun paese) è così programmato, così come l’impoverimento generale dell’Ex Occidente, Stati Uniti in testa. In effetti stiamo assistendo in diretta al fallimento dell’Occidente, con dei dirigenti incapaci d’affrontare la realtà del mondo successiva alla crisi, e che si ostinano a ripetere le ricette del passato per cui tutti possono constatarne l’inefficacia.

In questo GEAB N° 39, il nostro gruppo ha deciso di sviluppare le proprie anticipazioni sull’evoluzione generale dell’anno 2010, il quale sarà caratterizzato da queste scelte da parte degli Stati principali, limitate alle tre scelte brutali che sono l’inflazione, la forte pressione fiscale o la cessazione dei pagamenti, e di tutti i loro vani tentativi per evitare queste scelte dolorose.

Essendo la morte del consumatore, così come l’abbiamo conosciuto per una trentina di anni, una delle cause di questo impasse dei piani di rilancio, analizziamo il fenomeno in questo numero del GEAB così come le conseguenze per le imprese, il marketing e la pubblicità.

In materia geopolitica sviluppiamo altresì in questo GEAB N° 39 le anticipazioni di LEAP/2020 riguardo la Turchia in previsione del 2015, sia nei confronti della NATO che della UE. Resta inteso che presenteremo le nostre raccomandazioni mensili così come i risultati dell’ultimo Global/Eurometre.

Le ricette del passato senza effetto sulla crisi sistemica globale

Le possibilità per gli Stati di sfuggire alle tre scelte brutali si riassumono in due speranze molto semplici: che riprendano o i consumi oppure che gli investimenti privati.

Senza una o l’altra di queste dinamiche positive, gli Stati non avranno altra scelta nel 2010 che quella d’aumentare in maniera significativa le imposte per fronteggiare gli enormi deficit pubblici, lasciare che l’inflazione corra affinché si riduca il peso del loro indebitamento oppure dichiararsi insolventi.

Alcuni fra loro, come gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Irlanda, l’Argentina, la Lettonia e forse anche la Spagna, la Turchia, il Dubai o il Giappone potrebbero dover scegliere di usare le tre opzioni contemporaneamente.

Ora, sul fronte dei consumi come su quello degli investimenti, le tendenze sono molto negative. Il consumatore riceve da tutte le parti pressioni ad economizzare in maniera duratura, a rimborsare i suoi debiti e, più generalmente, a rifiutare (volontariamente o meno) il modello di consumo occidentale di questi ultimi trenta anni [5] che porta la crescita, segnatamente negli Stati Uniti e nel Regno Unito, a dipendere quasi interamente da lui [6].

Quanto alle imprese, la loro mancanza di visibilità (per essere positive) o le loro previsioni negative provocano una caduta degli investimenti che le restrizioni al credito, organizzate dalle banche, non fanno altro che accentuare [7].

L’investimento pubblico cozza dal suo lato con i propri limiti di bilancio perché i piani di rilancio non potranno essere prolungati o rinnovati in maniera significativa salvo far crescere ancora di più i deficit pubblici e condannarsi, da qui alla fine del 2010, a dovere assumere simultaneamente due delle tre scelte brutali [8].

In effetti gli Stati devono affrontare pressioni crescenti (opinione pubblica, organismi di controllo, operatori privati) [9] per riequilibrare le loro situazioni di bilancio che sono come minimo inquietanti e spesso pericolose. Tanto vale dire subito che gli investimenti pubblici per il periodo 2010/2011 sono condannati a ridursi come una pelle di zigrino (“Zigrino, pelle di grossi pesci, di superficie granulosa e scabra che, conciata, serve a fabbricare scarpe, coperture di borse e di libri…” Qui il riferimento è al fatto che i bilanci 2010/2011 avranno una dimensione molto limitata, per analogia con la pelle di zigrino che, solo dopo la conciatura, aumenta considerevolmente di superficie – NDT).

Per quel che riguarda la domanda esterna, si assiste ad una saturazione completa: tutti vogliono ormai esportare, per trovare il consumatore avido o l’impresa che vuole investire, al loro vicino, e questo a causa della mancanza di domanda interna. Il mito dominante è che l’Asia, e la Cina in particolare, fornirà questo “nuovo consumatore all’occidentale”.

Oltre al fatto che ci saranno molti chiamati e pochi esclusi non cinesi o non asiatici per approfittare del mercato della regione, immaginare che il consumatore (cinese, asiatico) sarà così avido così come quello occidentale, oramai moribondo, vuol dire non fare caso alla natura sistemica della crisi attuale. Eppure L’industria del lusso ed i suoi insuccessi attuali in Asia ne forniscono una buona illustrazione.

E allora che cosa resta?

L’ “economia “zombie” rappresenta oramai una parte considerevole dell’economia mondiale.

Banche centrali che continuano ad approvvigionare i mercati finanziari di liquidità sperando che, ad un dato momento, questo immenso sforzo quantitativo provocherà un salto qualitativo verso l’economia reale. Pretendendo sempre che la crisi non rifletta un problema d’insolvenza generalizzata delle banche, dei consumatori, degli organismi pubblici e di parecchie imprese, in particolar modo negli Stati Uniti, nel Regno Unito, le banche aspettano Godot creando le condizioni per una forte inflazione e per un crollo delle loro rispettive monete nonché delle loro finanze pubbliche.

Stati, che assumendo senza batter ciglio tutte le colpe delle banche e seguendo nondimeno ancora e sempre i consigli dei banchieri, si sono indebitati al principio aldilà di ogni ragionevolezza, poi aldilà del sopportabile, e che oggi si apprestano a tagliare drasticamente le spese pubbliche [10] aumentando fortemente le imposte, in modo da tentare di evitare la bancarotta [11].

“Zombie economici” [12], privati o pubblici, che compongono oramai una parte considerevole delle economie occidentali e cinesi: Stati in corso di cessazione dei pagamenti effettivi (come il Regno Unito o gli Stati Uniti) ma che nessuno tecnicamente dichiara come tali, imprese in fallimento ma che continuano a lavorare come se niente fosse per evitare una disoccupazione ancora più massiccia [13], banche insolventi [14] per le quali si modificano le regole contabili e che si fanno ingrandire per meglio nascondere i loro attivi oramai senza valore, al fine di respingere il più tardi possibile la loro implosione [15].

Mercati finanziari che nutrono i loro rialzi con liquidità graziosamente offerte dalla banche centrali [16] preoccupate di restituire al consumatore/operatore di borsa il sentimento della ricchezza, affinché ricominci a essere se stesso ed a consumare in modo massiccio mentre tutte le categorie di attivi [17], come l’oro per esempio, sono egualmente in rialzo (e spesso in modo molto forte), segno d’una inflazione già ben vigorosa.

Disoccupati che s’accumulano a decine di milioni dentro e fuori le statistiche ufficiali, garanzia di un 2010 socialmente brutale e commercialmente ubicato sotto il segno del protezionismo per la salvaguardia dell’impiego (attraverso le barriere tariffarie, ambientali o sanitarie, o attraverso delle semplici svalutazioni competitive), mentre i governanti si domandano per quanto tempo ancora potranno sostenere il costo globale del risarcimento di questa disoccupazione massiccia, senza alcuna ripresa all’orizzonte [18].

Evoluzione del tasso di disoccupazione in Eurolandia e negli USA (1991 – 2009) – Fonte: Eurostat, Ufficio Statistico del Lavoro, Morgan Stanley

LEAP/2020 aveva già scritto in Febbraio e Marzo 2009 che senza una rielaborazione completa del sistema monetario internazionale prima dell’estate 2009, il mondo si sarebbe orientato ineluttabilmente verso questa situazione di dislocazione geopolitica globale, tipo “una grandissima depressione” a livello planetario, basata sul crollo del pilastro americano del passato.

Ci siamo [19].

Dietro le cifre che, perfino adulterate [20], non riescono più nascondere il deterioramento della situazione economica e sociale mondiale, e la continuazione della discesa agli inferni dell’economia e della società americana, è questa realtà che si profila chiaramente adesso e che diventerà una evidenza per tutti da qui all’inizio del secondo trimestre del 2010. In questo GEAB N° 39 il nostro gruppo tenta, come ogni mese, d’anticipare queste principali evoluzioni affinché ciascuno, personalmente o nelle sue mansioni, possa prepararsi al meglio al contesto molto difficile del 2010: l’anno dove le ricette del passato mostreranno definitivamente la loro inefficacia per contenere al crisi sistemica globale.

Si conclude qui la parte gratuita del GEAB 39.

A breve le parti seguenti. In caso di ripubblicazione si prega di citare il link alla fonte: informazione scorretta

Saluti felici

Felice Capretta

NOTE

[1] Tra tutte le grandi nazioni solo la Germania di Angela Merkel può ancora farlo e lo farà poiché il cancelliere tedesco ha deciso di mettere in funzione un nuovo piano di rilancio basato su … delle diminuzioni di imposte. Si può difficilmente fare una cosa più ideologica e disconnessa dalla realtà di questa! La Germania si deve dunque attendere da qui alla fine del 2010 un forte peggioramento della sua situazione di bilancio e … a dei forti rialzi delle imposte per tentare di rimediare in qualche modo al tracollo fiscale. Per il nostro gruppo l’accecamento ideologico dei dirigenti occidentali in materia fiscale in questa fine del 2009 non ha paragoni se non con quello dei dirigenti comunisti nei primi mesi del 1989: nessuna comprensione del fatto che le vecchie ricette non funzionano più. E come il “buon comunista” non era più disposto ad obbedire passivamente, oramai il “buon consumatore occidentale” non è più disposto a consumare attivamente. Ma, è vero che nessuno ha mai detto che Angela Merkel, Nikolas Sarkozy o Barack Obama capiscono qualcosa di Economia.

[2] La Cina può ancora dotarsi di un piano di stimolazione economica ma il problema cinese , come gi è stato analizzato da LEAP/2020, sconta la lentezza dell’emergenza di una domanda interna sufficiente per rimediare in qualche modo al crollo delle esportazioni. E, all’occorrenza, nessuno stimolo può “comprare” questo tempo mancante , questo decennio necessario affinché la Cina sviluppi una forte domanda interna. Il 2010 mostrerà questo fatto, una volta che la cortina fumogena, generata dal rialzo stimolato della produzione, si sarà dissipata tutti constateranno che questa produzione non è stata smerciata … per mancanza di acquirenti.

[3] questo video illustra perfettamente e con umorismo il cambiamento radicale del modo di consumo che sta prendendo campo negli Stati Uniti.

[4] vedere GEAB N° 37

[5] sviluppiamo quest’analisi in un altro capitolo di questo GEAB N° °39

[6] Nel 2008 il consumo familiare rappresentava il 70% del PIL americano ed il 64% del Regno Unito contro il 56% in Germania ed il 36% in Cina.

[7] Fonte: MarketWatch, 09/11/2009; IrishTimes, 27/10/2009

[8] Secondo LEAP/2020 l’amara ironia della situazione è che in effetti gli Stati che rifiutano, in questa fine del 2009, d’affrontare frontalmente la prospettiva delle tre scelte brutali, si danno così i mezzi per barcamenarsi al meglio entro le tre, si condannano a dovere affrontare simultaneamente due delle tre da qui alla fine del 2010. È come indietreggiare per saltare peggio.

[9] E così, a causa della sua impopolarità, il “secondo stimolo USA” (che sarà infatti il terzo se ci si ricordasse del piano di riduzione delle imposte di G.W. Bush nel 2008) è in preparazione in forma “non riscontrabile”. Si tratterà di una serie di misure le più disparate che l’amministrazione Obama eviterà di presentare dentro un piano unico in modo da nasconderne la sua vera natura. Nella stessa categoria, si trova anche il “grande prestito” del governo francese che Nikolas Sarkozy tenta di far passare per un investimento di lungo termine ma che Bruxelles reintegrerà nel debito francese come un semplice piano di stimolazione economica a breve termine. Delle politiche inefficaci prese le si passano così a delle politiche inefficaci nascoste … che grande vittoria sulla crisi! Fonte: TheKatyCapsule, 22/10/2009

[10] L’OCSE è chiara su questo punto: per uscirne, i paesi occidentali devono tagliare vigorosamente tutte le spese per l’istruzione, la sanità, i programmi sociali, … l’Irlanda, modello tra i modelli di questi stessi OCSE, UE o FMI appena due anni fa, s’appresta a dare l’esempio: prima nella frenesia consumatrice ultra-liberale, prima nell’austerità ultra-liberale. Non c’è da meravigliarsi che delle massicce manifestazioni abbiano invaso le strade delle grandi città del paese. Fonte: FinancialTimes, 22/09/2009; RTENews, 06/11/2009

[11] Fonte: EUObserver, 10/11/2009

[12] È interessante leggere la definizione molto dettagliata dell’”economia zombie” proposta da PA Consulting Group il 10/11/2009.

[13] Occorre in effetti andare oggi a passeggiare per le strade delle grandi città del Nord America o dell’Europa per constatare che molte insegne continuano a brillare per attirare l’acquirente, ma che esse non sono altro che apparenza ingannatrice d’imprese in fallimento mantenute artificialmente in vita a colpi di denaro pubblico o di ristrutturazioni dall’avvenire incerto come per CIT, GM, Chrysler, Saab, Opel, Karstad, Quelle, Iberia, Alitalia, … In apparenza tutto si muove come fosse normale, ma in materia di salute economica, è una malattia che colpisce sempre più profondamente tutto il tessuto delle imprese, popolate di veri zombies. In Cina, gli zombies sono le fabbriche che girano senza clienti grazie alle sovvenzioni di Stato. Tutti questi “morti economici che vivono” rappresentano il passaggio progressivo nell’economia reale da 20.000 a 30.000 miliardi di Dollari d’attivi fantasma analizzati nei GEAB precedenti.

[14] Fonte: Bloomberg, 02/11/2009

[15] il termine “Banca Zombie” ha oramai la sua definizione in Wikipedia.

[16] Fonte Financial Times , 22/10/2009

[17] Escluso l’immobiliare

[18] Poco più di 324.000 Dollari per ogni impiego creato (secondo le cifre della Casa Bianca), ci si può domandare in effetti per quanto tempo ancora queste politiche inefficaci potranno essere perseguite. Fonte: Global Economic Trend Analysis , 31/10/2009

GEAB 39 – Crisi sistemica globale – II parte

La fine del consumatore come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 30 anni

Il consumatore americano, incarnazione del Sogno Americano dai tempi di Ford, è deceduto.

Ma anche il consumatore occidentale (fuori dagli USA) come lo conosciamo negli ultimi 30 anni si sta consumando.
Oltre a questo, LEAP / E2020 ritiene che sarebbe sbagliato pensare che gli asiatici e i latinoamericani rimpiazzeranno queste “macchine da consumo”.

La nuova povertà del consumatore americano

Riguardo gli USA, per più di 2 anni, il nostro team ha anticipato i cambiamenti in corso considerati come il problema della insolvenza generalizzata del consumatore americano. Già alla fine del 2006, avevamo detto che il potere d’acquisto delle famiglie americane sarebbe stato dimezzato dal processo della crisi sistemica globale.

Secondo i trend economici in corso negli USA, e visto il disperato e vano tentativo di far ripartire il consumo delle famiglie, questo è esattamente quanto sta accadendo al di là dell’atlantico: il consumatore americano è defunto perchè non ha più soldi e non avrà più quelli che ha avuto negli ultimi decenni.
Punto, fine.

Nel frattempo, l’irresistibile ascesa della disoccupazione (presto al 20% della popolazione attiva, senza riduzioni significative nei prossimi 10 anni) fornisce le condizioni per un impoverimento generalizzato della maggior parte delle famiglie americane.

Nuova multipolarità del consumatore occidentale

In Giappone, molte nazioni di Eurolandia e Canda, il prossimo decennio potrebbe essere marcato da un relativo impoverimento se comparate all’Asia in particolare (ma anche paragonate all’america latina), comunque non ci sarà un totale crollo del potere d’acquisto della famiglia media.

In queste nazioni, due eventi alternativi giocheranno un ruolo principale: la generazione dei baby boomers sarà rimpiazzata dalle prossime generazioni, e le generazioni non occidentali inizieranno ad influenzare il processo di consumo e le interazioni economiche:

  • le generazioni europee, giapponesi, canadesi , … nate dopo gli anni 60 e 70 inieranno ora a battere il ritmo, sapendo che sono molto più eterogenei della relativamente monolitica generazione dei baby boomer. Di conseguenza, i consumatorI, anziche’ IL consumatore, incarneranno queste generazioni. Naturalmente questi trend sono già in corso e la crisi è un catalizzatore, un acceleratore.
  • le generazioni non occidentali, tipicamente asiatiche e latinoamericane, sono ora all’origine dei nuovi trend di consumo e delle nuove interazioni tra consumo, risparmio e investimento, molto diverse da quando praticamente un solo tipo di comportamente, quello americano, determinava tutti gli altri.

Il consumatore tornerà ad essere un pagatore di tasse

La crisi avrà un altro effetto, particolarmente destabilizzante, sul consumatore occidentale.

Al di là dell’impoverimento reale, più o meno rilevante a seconda della nazioni, diventerà (di nuovo) un pagatore di tasse, sapendo che la situazione si ridurrà nella stessa proporzione la sua natura di “consumatore”.
Secondo il nostro team, entro la fine del 2010 la maggior parte delle nazioni occidentali dovranno aumentare le tasse in modo significativo per evitare il falimento delle finanze pubbliche.

Tutti i discorsi attuali ed i progetti di stabilizzare o abbassare le tasse dureranno tanto quanto possono durare le promesse che non si possono mantenere, suggerite dalla codardaggine politica e/o cieca ideologia: molto poco.

Nonostante questo, gli stati torneranno a mettere le mani nelle tasche dei cittadini.

In un contesto di recessione o stagnazione economica, le conseguenze saranno immediate e brutali: il consumo delle famiglie si ridurrà nella stessa proporzione.

Uscire dalla crisi: in collisione con la realtà, stato reale delle cose alla fine del 2009
Gli USA, UK, o anche il Giappone, che tentano di evitare il default, o la Francia e la Germania lasciate senza altra scelta che alzare le tasse entro la fine del 2010, in ogni caso, nel 2010, quando l’inflazione colpirà i beni di prima necessità e gli asset speculativi, le politiche anti crisi e la realtà della crisi sistemica globale entreranno in collisione.

Negli USA la situazione econmica e sociale contrinua a deteriorarsi

La disoccupazione ha raggiunto il 10% [...] ma è in realtà sopra al 17%.
Nel frattempo, i salari hanno visto il peggior declino negli ultimi 18 anni.

Il mercato immobiliare puo’ sopravvivere solo grazie all’enorme supporto pubblico (85% dei nuovi prestiti sono assicurati dallo stato, il governo federale offre 8000 USD per ogni nuovo acquirente, la Fed contribuisce con ogni mezzo, incluso il tasso zero).

In ogni caso, le foreclosure continuano a crescere al ritmo di più di 300.000 ogni mese per l’ottavo mese a fila, mentre le banche accumulano grandi quantità di proprietà che non osano mettere sul mercato per paura di far crollare il mercato immobiliare.

I default aziendali stanno crescendo, colpendo soprattutto la piccola e media impresa, e molte banche regionali falliscono ogni settimana . Anche le famiglie sono colpite da questo trend.

I servizi pubblici si stanno contraendo, gli stati e le amminiztrazioni municipali devono lasciare a casa persone o semplicemente fermare servizi sociali e di amministrazione.

La caduta senza fine del dollaro, che secondo il nostro team non si fermerà molto presto, hoh è riuscita a ottenere una equivalente riduzione del deficit commerciale; inoltre, ora contribuisce alla spinta inflattiva (prezzi dell’energia in particolare).

La rivalutazione dello Yuan sarà impossibile da portare avanti al ritmo blando inizialmente pianificato da Pechino, ora costrettta a rivalutare nel 2010/2011, il che contribuisce ad alimentare l’inflazione negli USA.
Inoltre, l’effetto combinato della caduta della moneta americana e della contrazione economica nel 2009 provoca meccanicamente una forte riduzione del peso economico degli USA nel mondo.

Calcolato in Euro o in Yen, il PIL americano è già sceso dal 15% al 20% rispetto al 2008. In un mondo dove la supremazia del dollaro è ora pubblicamente sfidata, questo tipo di calcoli iniziano a diventare molto rilevanti.

Per concludere, in un momento in cui gli esperti dichiarano che il picco dei piani di stimolo all’economia dovrebbe rivelare il massimo impatto, il nostro team stima che in realtà ha solo marginalmente fermato il crollo dell’economia americana.

Negli USA, l’anno 2010 sarà sotto il segno dell’inflazione crescente dei beni di prima necessità (cibo ed energia in particolare) ed il bruciante dilemma di aumentare le tasse o fare praticamente deafult.

Eurolandia, aumento delle tasse nel 2010
In Europa, ci focalizziamo su Eurolandia. In realtà abbiamo già estensivamente descritto la situazione inglese nelle edizioni precedente e, a questo punto, puo’ essere riassunta con il fatto che è una situazione ancora peggiore degli USA e che Londra sarà la destinazione ideale per lo shopping di Natale grazie ad una Sterlina al collasso.
Nell’Eurozona, la situazione è ancora diversa tra nazioni come Irlanda e Spagna da una parte, e Germania e Francia (naturalmente….! il think tank europe2020 dimostra come sempre la sua natura mitteleuropea, NDFC) dall’altra.
Comunque, LEAP/E2020 stima che l’Eurozona sperimenterà una forte “febbre da tasse” durante la seconda metà del 2010. Spagna e Irlanda hanno già iniziato.
Francia e Germania stanno posponendo il momento più possibile, ma il rapido deterioramento della loro situazione fiscale non lascia loro alcuna scelta.
Si conclude qui la seconda parte del GEAB 39.
Se avete perso la prima parte potete andare qui.
In caso di ripubblicazione si prega di linkare l’articolo originale e la fonte: informazione scorretta
Saluti felici
Felice Capretta

GEAB 39 parte III


Terza parte del GEAB 39, con un focus geopolitico sulla Turchia e raccomandazioni economiche.

Grazie a Markozu per la traduzione.

GEAB 39 – Crisi sistemica globale – Parte IIIIl risveglio della Turchia: La sua uscita graduale dal blocco occidentale

Approfittando della crisi sistemica, e dell’indebolimento degli Stati Uniti e della sovrastruttura occidentale su cui si basa la potenza di quest’ultimo, la Turchia ha avviato un processo di ridefinizione fondamentale dei suoi più importanti interessi geopolitici.

Le nuove priorità, pronte ad essere delineate entro il 2012, rappresenteranno il più profondo ripensamento di Ankara, da quando il paese ha aderito alla NATO nel 1952.
Questo processo evidenzia un ritorno alla visione kemalista degli interessi vitali della Turchia (NOTA Kemal Ataturk – fondatore della Turchia moderna, ha infatti immaginato e voluto per il suo paese un allontanamento, sia dal suo passato ottomano sia dalle decisioni prese dalle grandi potenze agli inizi del 20-mo secolo (Regno Unito e Francia in particolare)) diversi cioe’ da quelli dell’ordine del giorno fissato per il paese da parte delle grandi potenze. È abbastanza ironico che questa evoluzione sia avviata dai leader del partito di orientazione religiosa, l’AKP.
Ci saranno sostanziali conseguenze geopolitiche, economiche e commerciali dovute a questo cambiamento strategico, che contesta la visione tradizionale filo-occidentale della Turchia in attesa di entrare nell’UE.

Nella regione del Mediterraneo orientale, il rapporto con Israele è spesso un indicatore affidabile del rapporto di un paese con il blocco occidentale nel suo complesso. Infatti, per più di un decennio, l’Occidente si è definito seguendo la linea guida Washington / Tel Aviv.

Ma, a questo proposito, nei mesi scorsi, la Turchia sembra aver iniziato ad allontanarsi da questa linea che, per molti anni, ha seguito il più possibile. L’attacco a Gaza da parte dell’esercito israeliano nel dicembre 2008 è l’evento di marcatura di questo cambiamento di tono prima, di orientamento dopo.
Da allora, Ankara si è gradualmente impegnata a ripercorrere il cammino a ritroso lungo la strada nella sua cooperazione diplomatica e militare con Tel Aviv.
Due esempi recenti:
  • La decisione di Ankara di non permettere le esercitazioni delle forze aeree israeliane in Turchia
  • e il suo blocco di Israele nella partecipazione a una esercitazione NATO nell’ottobre 2009, presto seguita da l’annuncio che la Turchia avrebbe svolto delle esercitazioni militari con la Siria. (NOTA Ricordiamo la scena del primo ministro turco Recep Erdogan a Davos nel gennaio 2009 quando ha improvvisamente lasciato la scena perché non riusciva a parlare per lo stesso tempo quanto il presidente israeliano Shimon Peres.) Siamo lontani dal comportamento militare e strategico atteso da un fedele alleato degli Stati Uniti e un importante membro della NATO.

Tuttavia, cambiamenti nelle priorità strategiche della regione erano in fermento fin dal collasso dell’Urss, trasformando la decennale posizione Turca senza uscita, legata alla guerra fredda, in un ampio spazio aperto con enormi potenzialità culturali, economiche e commerciali.

Da allora, nella Turchia disposta a conformarsi, è stato possibile catturare scorci di un paese sempre più riluttante a indossare l’uniforme prestata da un mondo occidentale, con obiettivi regionali sempre più estranei agli interessi turchi (NOTA Come già suggerito dalle difficoltà incontrate da Washington nel convincere Ankara a permettegli di usare le loro basi per attaccare l’Iraq nel 2002/2003).
Finché la guerra fredda era in atto e la minaccia sovietica era ai confini, la Turchia ha accettato di essere la “torre occidentale” sulla scacchiera del Medio-Oriente.
Ma dal 1989, gli interessi tra la torre e il re o la regina sono diventati sempre più divergenti, di cattivo auspicio per il resto della partita su due aspetti:

  • da un lato, la Turchia sarà sempre più riluttante a conformarsi alle esortazioni di Washington, come già suggerito da una serie di reazioni negative che ha provocato un’ondata di ostilità nei confronti della Turchia in seno alla NATO. Qualcosa di nuovo sta accadendo: la legittimità di appartenenza della Turchia alla NATO è messa in discussione da parte dei leader di altri Stati membri della NATO.
  • d’altro canto, Washington e/o la politica dell’Alleanza nella regione saranno ostacolati in modo crescente da una riluttante Turchia, che sviluppa il proprio approccio strategico regionale specifico, possibilmente contrario alla NATO.

Le buone relazioni di Ankara con Teheran, distanti dalle idee di sanzione o di embargo vigorosamente sostenute da Washington, forniscono un altro segnale luminoso di avvertimento.

In breve, il rapporto tra la Turchia e la NATO sta per raggiungere un punto di non ritorno. Il caso della Turchia è un altro esempio lampante del generale processo di disgregazione che attualmente colpisce l’Alleanza (un tema già sviluppato nei precedenti GEAB) il cui leader non ha più né la visione né i mezzi necessari per controllare tutti i suoi membri.

Per ironia della sorte, a LEAP/E2020, sembra che l’altra componente di ancoraggio della Turchia all’Occidente, cioè la promessa di adesione all’Unione europea, sarà il fattore decisivo per l’uscita della Turchia dal blocco occidentale.

Infatti, questa promessa non mantenibile, risultato della mancanza nei leader dell’UE di coraggio e di immaginazione che ha portato ai colloqui d’ingresso ufficiali nel 2005, creerà due condizioni importanti nel nuovo orientamento della politica estera turca:

- in primo luogo, i requisiti democratici legati all’adesione alla UE hanno progressivamente costretto i militari turchi a tornare nelle loro baracche e a rimanerci. Per decenni, sono stati abituati a governare il paese nell’ombra di burattini politici, licenziandoli, se necessario, quando alcuni dei risultati elettorali non erano di loro gradimento. Considerandosi protettori dell’eredità di Ataturk, in realtà essi erano per lo più occupati a controllare il paese e a sfruttare la NATO, l’UE e gli Stati Uniti che premiavano la loro fedeltà al blocco occidentale.

- in secondo luogo, l’evidente riluttanza dell’UE (in particolare tra il pubblico) alla prospettiva di adesione della Turchia, anche in un futuro lontano, è diventata chiara per i cittadini turchi negli ultimi quattro anni.

Nel frattempo, la scoperta che i cosiddetti “negoziati” non sono affatto negoziati, ma, al contrario, un obbligo per la Turchia di rispettare le 90.000 pagine di diritto dell’Unione europea, corpus morale, culturale e commerciale (i tempi della “acquis communautaire” sono l’unica cosa negoziabile), ha innescato un sentimento di rifiuto tra la popolazione turca di ciò che è apparso all’improvviso come un colonialismo “per legge”.
A poco a poco, le generazioni turche, al di sotto dei quarant’anni, hanno cominciato a pensare che gli europei non li vogliano e che il loro paese sia quindi entrato in un vicolo cieco. Questo processo di sensibilizzazione è un fenomeno fondamentale, perché mette fine a quarant’anni di una posizione ufficiale incontrastata, secondo la quale l’adesione all’UE sarebbe il solo futuro auspicabile per il paese.
Contemporaneamente, il partito islamico al potere (che ha sostenuto il progetto di adesione all’Unione europea, sebbene sotto costrizione) ha ottenuto il supporto di un flusso di opinioni non-religiose di parere contrario (o almeno riluttante) all’ingresso nell’UE.

Dalla Russia (i cui cittadini assalgono le spiagge turche) fino all’Asia centrale (in cui Ankara sta conducendo un commercio attivo e una politica culturale nei confronti dei paesi di lingua turca), l’Iran e la Siria, la Turchia è veloce nel formare una nuova diplomazia intesa come una sintesi tra i territori politici e storici dell’eredità ottomana, prossimità religiose musulmane e i propri interessi specifici come potenza regionale e crocevia.

La combinazione si svolge per mezzo dell’effetto pendolo in cui la NATO e l’Unione europea stanno diventando semplici componenti del gioco diplomatico di Ankara, e non più un fondamento (che la NATO ha rappresentato) o un obiettivo principale (che l’UE ha rappresentato).

Gli americani e gli europei non commettano errori!

Secondo LEAP/E2020, non c’è più possiblità di tornare indietro.
Dato che la NATO è in un processo di disintegrazione, non vi è alcun motivo per cui Ankara debba fermarsi per prendere da sola questa posizione intermedia, al centro di un equilibrio geopolitico che coinvolge la Russia, l’UE, l’Iran e qualsiasi potere influente tra la sua frontiera meridionale e l’Egitto (Washington , per il momento).
Gli ultimi alleati fedeli della NATO sono i generali dell’esercito turco. Nel giro di dieci anni, intorno al 2020, saranno sostituiti dalle nuove generazioni, che saranno d’accordo nel vedere il loro paese, in futuro, come un ponte “tra Oriente e Occidente”, sapendo che un ponte non appartiene a nessuna delle banchine che collega, altrimenti non è più un ponte, ma un vicolo cieco. (NOTA In realtà la Turchia è un doppio ponte: tra Oriente e Occidente, ma anche tra il Mar Nero e il Mediterraneo. Inoltre, nel 21-esimo secolo, il ponte sarà anche (soprattutto) un condotto (gas o petrolio), un campo in cui la Turchia è anche un attore centrale grazie al progetto Nabucco, la cui chiave è l’Iran.)
Questo vale anche per l’Unione europea.
Anche se ora manca la volontà politica, le burocrazie di Bruxelles e Ankara andranno certamente avanti con i negoziati di adesione. Ma questi non potranno mai essere finalizzati e anno dopo anno, affonderanno nel pantano dell’indifferenza generale. Infatti un allargamento è solo il risultato di una certa volontà politica.
Ma il principale sostenitore di questo allargamento, vale a dire Washington, ha altre gatte da pelare e manca dell’influenza necessaria per superare la forte opposizione del pubblico generale europeo (non riescono nemmeno a convincere i soldati europei a rimanere in Afghanistan).
Per quanto riguarda l’UE, nessun leader politico vuole l’ingresso della Turchia come proprio cavallo di battaglia per paura di perdere le elezioni. Dal punto di vista di Ankara è apparso un futuro alternativo ad una Turchia europea. Se l’UE capirà questa situazione e prossimamente proporrà una partnership state-of-the-art strategica alla Turchia, questo sarà il sogno di una Turchia turca, al crocevia tra i vari poteri che la circondano.
Ma se Bruxelles rimane attaccata al suo progetto di adesione, e non lascia alternative, si corre il rischio di spingere la Turchia nella direzione opposta, quella di una Turchia musulmana. Ironicamente, si ottiene spesso l’opposto di ciò che si cerca di ottenere, se non si prendono in considerazione i sogni e le aspettative delle persone interessate.

In conclusione, secondo il nostro team, lo spostamento della Turchia fuori dal blocco occidentale, a sua volta in decadenza, lungi dall’essere un problema per l’Europa, è solo un altro aspetto della crisi sistemica globale e della graduale eliminazione di strutture ereditate dal mondo post-1945, grazie alla quale, entro il 2015, gli europei potrebbero avere un partner turco, con un identità conciliante (pacifica), in grado di essere un intermediario utile nel loro rapporto con il Medio-Oriente e l’Asia Centrale.

Raccomandazioni strategiche e operative

- Oro e valute: i trend sono confermati. Il dollaro USA non ha alcuna ragione di iniziare una risalita sostanziale e/o sostenibile nei confronti delle altre valute (salvo la sterlina, che potrebbe cadere in qualsiasi momento). Riguardo l’oro, il nostro team sta preparando anticipazioni dettagliate per le prossime edizioni (GEAB 40 o 41). Ma, anche in questo campo, i trend sono chiari: l’oro è tornato, riserve delle banche centrali incluse. Sembra che qualche “grande affare” è tornato con le riserve globali del metallo prezioso, e questo dovrebbe avere un effetto positivo sul prezzo.
Comunque, in caso di default nazionale, ricordiamo che la Storia ci insegna che gli Stati sono pronti ad organizzare il sequestro dell’oro disponibile sul loro territorio.
Infine, vorremmo insistere sull’idea che, secondo il nostro team, i certificati sull’oro (oro cartaceo) devono essere evitati in tutti i modi perchè esistono rischi concreti che non siano basati su oro reale.

- Azioni e obbligazioni: il momento si avvicina. Manteniamo il nostro suggerimento di vigilanza sui mercati finanziari. Qualunque cosa possano dire i media, i mercati globali sono stati stagnanti negli ultimi mesi, alternando salite e discese senza nessun trend chiaro che potesse prevalere. Negli USA, la crescita del mercato è stata utile per nascondere la perdita di valore del dollaro.

Si conclude qui il GEAB Report n. 39. In particolare ricordiamo che le raccomandazioni economiche, così come il resto del report, sono indicazioni fornite da LEAP / Europe2020, che noi riportiamo senza necessariamente condividerle. Non diamo consigli in ambito finanziario, nè pubblicamente nè privatamente (quindi non chiedete ;-)
Le parti precedenti qui: GEAB 39 parte I , GEAB 39 parte II
In caso di ripubblicazione si prega di mantenere i link attivi all’articolo orginale e alla fonte: Informazione Scorretta
Saluti felici
Felice Capretta

2 Commenti a “GEAB 39 parte I – II – III”

  • losapio salvatore:

    bene in riferimento all’america ,ho letto tutta la versione sull’andamento della economia e sono daccordo che nel 2010 qualcosa di brutto succedera’ ma non all’inizio del secondo trimestre 2010 ma alla fine’ anche perche’devono fare assorbire ai mercati finanziari ancora liquidita’in circolazione per finanziare i propi progetti e tenerci legati 10 anni con un’economia stagnata e senza consumi,finanziando i loro progetti con le nostre tasche…. saluti’

  • losapio salvatore:

    un’altra possibilita’ in caso di crisi l’america potrebbe attivare una guerra ,con l’iran e’ un esempio possibile,pensateci

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