Articolo inviato da Mirko Pizzato via mail.
Peter Zumthor, Pensare architettura, ed. Electa 2009.
La bellezza ha una forma?
1998
Il mio compito come progettista è, per definizione, difficile. Ha anche a che fare con l’arte e una buona riuscita, l’intuizione e l’artigianato. Ma, anche con l’impegno e l’accuratezza, l’oggettività e l’autenticità.
Per conseguire la bellezza, devo starmene per conto mio, devo fare le mie cose e non altre, perché la particolare sostanza che riconosce la bellezza e può, se la fortuna assiste, crearla, si trova in me. D’altro lato, alle cose che voglio creare, una tavolo, una casa, un ponte, devo cercare di rendere giustizia. Credo che ogni cosa ben fatta abbia un ordine proprio che appartiene alla sua natura, che ne determina la forma. Questa essenza è ciò che voglio scoprire ed è per questo che mi attengo strettamente al problema specifico, che ciascun progetto prospetta. Credo nell’accuratezza della concezione e al vero contenuto delle esperienze reali e sensuali, che sono al di là delle opinioni astratte e delle idee.
Che cosa questa casa vuole diventare, come oggetto da usare, come corpo, con i materiali saldamente costruiti e uniti, la sua figura modellata in una forma che serve alla vita? Me lo chiedo e me lo continuo a chiedere. Che cosa questa casa vuole essere, per quel suo luogo in una via secondaria della città, in periferia, nel paesaggio degradato, sulla collina di fronte a un bosco di faggi, sotto un corridoio aereo, nel riflesso di un lago, nell’ombra di una foresta?
Peter Zumthor, Atmosfere, ed. Electa 2008
Il titolo <Atmosfere> nasce da una questione che mi interessa – e non può che interessarmi – da tempo: cos’è nella sostanza, la qualità architettonica? La risposta per me è piuttosto semplice: produrre qualità architettonica non significa – dal mio punto di vista – comparire nelle guide o nei volumi di storia dell’architettura o ancora essere presenti in una pubblicazione. L’architettura è di qualità quando un edificio riesce a toccarmi emotivamente. Ma cos’è che mi colpisce in un edificio? E come far passare quella qualità nel progetto? Come posso progettare uno spazio che abbia la stessa qualità di ciò che si vede in questa fotografia [allegato-1: John Russell Pope, Broad Street Station, Richmond, VA (USA), 1919] e che mi piace immensamente guardare – un edificio che non ho mai visto, che probabilmente neppure esiste più, ma che per me personalmente resta un’icona -? Come posso, insomma, progettare ambienti che abbiano quella stessa splendida qualità di presenza e naturalezza che colpisce ogni volta al solo guardarla?
Una parola che racconta questa qualità è atmosfera. Si tratta di una cosa che conosciamo tutti molto bene: vediamo una persona e ne abbiamo una prima impressione [allegato-2: Ernst Brunner, Donne che trasportano il pane a Vrin, 1942, Basilea, collezione Ernst Brunner]. Col tempo ho imparato a non fidarmi della prima impressione, devi dare una possibilità alle persone, mi dicevo. Ma ora che sono un po’ più vecchio devo ammettere che sono tornato alla prima impressione. Le cose stanno un po’ così anche per l’architettura: entro in un edificio, vedo uno spazio, ne colgo l’atmosfera e per alcune frazioni di secondo ho la sensazione di sapere cosa quell’edificio è.
L’atmosfera parla alla nostra percezione emotiva, ovvero alla percezione che funziona più rapidamente perché è quella di cui l’essere umano necessita per sopravvivere. Qualcosa dentro di noi ci dice subito se una cosa ci piace o se dobbiamo tenercene lontani, senza ogni volta dover stare a riflettere a lungo su una situazione. Comprensione immediata: commozione immediata o immediato rifiuto. Tutt’altro dal pensiero lineare, di cui siamo egualmente capaci, e che ritengo altrettanto importante: organizzare mentalmente i pensieri da A a B in modo sistematico. […]





























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