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La vetrina e la bottega

di Gianfranco La Grassa – 15/01/2010 – Fonte: Conflitti e strategie [scheda fonte]

1. Ci sono ancora alcuni mattacchioni che discettano di destra e sinistra, credendo alla validità della distinzione; in genere si tratta di elementi che si sentono fermamente di sinistra (spesso “estrema”), che si dicono talvolta comunisti (essendosi scordati che comunismo e sinistra, quando ancora simili termini mantenevano validità, erano radicalmente antagonisti). A destra, seppur non troppo spesso e in settori ancora ristretti, cominciano a capire che la distinzione è “aria fritta”, buona per un elettorato frastornato e diseducato dall’odierna totale assenza di dibattito politico. In effetti, se qualche volta la distinzione in oggetto si può utilizzare, è sul piano di certe impostazioni di costume, di mentalità conservatrice (che non sempre è un disvalore) o invece “innovatrice” (spesso di novità che raggiungono il culmine della futilità e assoluta irresponsabilità, provocando guasti irrimediabili).

Facciamo solo alcuni esempi, ma non fra i meno rilevanti. Da alcuni anni (direi soprattutto dal 2003) l’Italia persegue una politica estera non completamente appiattita sugli Usa, guardando verso determinati paesi “a est” (in particolare la Russia) o “a sud” (in specie alcuni del Nord Africa). Si tratta di una politica molto “timida”, a volte incerta, svolta con fin troppa cautela (teniamo però presente che cosa hanno spesso combinato certi ambienti statunitensi per punire nostre prudenti spinte autonome: si pensi a Mattei, poi a “mani pulite”, ecc.). Tale politica estera è, piaccia o meno, portata avanti da alcuni settori catalogati a “destra”, anzi da quelli che la “sinistra” combatte con maggior vigore, trattandosi dei “berlusconiani”. La politica estera della “sinistra” si compendia invece nell’essere andati in guerra con gli Usa contro la Jugoslavia, nell’aver distrutto l’industria pubblica svendendola ai privati (ricordo il “panfilo Britannia”, e tale nome dice tutto), nell’aver cercato, anzi cercare ancora, di completare l’opera danneggiando l’Eni e chiedendo reiteratamente la separazione della rete di distribuzione dalla produzione (vi si aggiungano varie proposte di “riorganizzazione” dell’azienda, sempre tenute un po’ sul vago, che potrebbero renderla “sensibile” ad interessi stranieri, in particolare quelli Usa).
Ho più volte ricordato, assieme agli altri del blog, le battaglie attorno al Southstream e al Nabucco; quindi non ci tornerò sopra. Solo rammento, tanto per fare un esempio, che Travaglio – critico tanto amato a sinistra (in specie da quella radicale, anzi forcaiola), ma non è un caso isolato, sia chiaro – ha parlato di lobby Gazprom riferendosi al consorzio in cui l’azienda russa è alla pari con l’Eni (oggi, essendo entrata la francese Edf, l’azionariato è: 10% a quest’ultima, 45% all’Eni e 45% ai russi). La Ue – questo insieme di organismi burocratici, legati agli Usa tramite l’ancora stretta connessione con la Nato, sempre in auge malgrado la fine del “Patto di Varsavia” – sviluppa lo stesso discorso, parlando del consorzio tra Eni e Gazprom (che si duplica, nel Northstream, con quello tra la tedesca E.on e l’azienda russa, sempre a pari quota azionaria) come di una politica di dipendenza dalla Russia; nel mentre appoggiare il Nabucco, patrocinato e spinto dagli americani, significherebbe voler perseguire la piena autonomia europea. Si pensi solo al fatto che, con l’entrata dell’Edf nel consorzio Southstream, due aziende europee hanno, insieme, la maggioranza azionaria.
La mala fede degli organismi europei e, in particolare, della sinistra italiana è perciò talmente manifesta che solo i tontoloni possono cadere nella rete di simili guastatori degli interessi italiani ed europei per conto degli Stati Uniti. Qual è allora la vera lobby esistente in Italia? Quella della politica pro Eni-Gazprom a pari partecipazione (e con prevalenza di aziende europee se si considera l’Edf) o quella pro Nabucco, in cui non esiste alcuna presenza italiana? Tanto per puntualizzare chi sono i Travaglio e la congrega della nostra sinistra! In un paese serio, sarebbero a questo punto istruiti processi al fine di valutare la gravità dell’attacco agli interessi nazionali e di appurare se si sta o meno agendo per conto di “ambienti stranieri” tesi a danneggiarci, valutando eventualmente l’entità del danno onde comminare pene (detentive e pecuniarie) adeguate al caso.
Tuttavia, in questo atteggiamento filo-potenza straniera (Usa e, per altri versi e in altri ambiti, Israele) sono invischiati anche ambienti catalogati a “destra”. D’altronde, se facciamo riferimento alla partecipazione ad azioni aggressive statunitensi in varie parti del mondo, confuso si fa il quadro tra “destra” e “sinistra”. Abbiamo già ricordato D’Alema e il suo essere prono alle scelte belliche Usa contro la Jugoslavia; però in Irak, Afghanistan (e anche Libano), ecc., dove finisce il servilismo degli uni e comincia quello degli altri? Impossibile districarsi in base alla distinzione destr/sinistr….marsch!

2. Se poi passiamo alla politica interna, il quadro si fa decisamente caotico. Quando quelli catalogati a “destra” dicono (e fanno) “nero”, i “sinistri” rispondono “bianco”; e viceversa, tutti sempre pronti a cambiare, anzi rovesciare, la propria posizione se per caso lo fanno gli altri. Per quanto riguarda la politica scolastica (in generale, ivi compresa quella universitaria), l’attuale destra non è certamente peggiore rispetto allo sfascio portato avanti dai Luigi Berlinguer e successori di sinistra. I giovanotti (Onda e dintorni) – pretesi eredi di quei sessantottardi che lottarono, anche giustamente, contro i “baroni” universitari con però il risultato di un’ulteriore decadenza del settore pubblico dell’insegnamento – sono oggi alleati dei “baronetti” di sinistra per impedire ogni tentativo di mettere termine al degrado degli studi provocato dal permissivismo e indisciplina, dall’antimeritocrazia, dall’irresponsabilità agitatoria, di chi non dovrebbe nemmeno essere indicato come “sinistra” (a meno che non si voglia trasmettere al futuro l’idea che tale termine è sinonimo di barbarie e inciviltà).
Sulla politica di attacco ai “fannulloni”, abbiamo già espresso qualche volta il nostro parere. Nessuna persona sensata può negare, né tanto meno giustificare, l’inefficienza dell’amministrazione “pubblica” italiana in ogni suo comparto; e le responsabilità di tale disastro sono per la maggior parte della sedicente sinistra e dei sindacati, che difendono comunque, a prescindere, il lavoratore pur gravemente inadempiente, trovando una magistratura compiacente e colpevolmente lesiva degli interessi dei “cittadini”. Tuttavia, la causa di tale stato di cose risiede principalmente nell’apparato dirigenziale. In ogni “esercito”, che miri all’efficienza nelle “battaglie” e non a salvaguardare il preteso onore dei capi, non si “decimano le truppe” se prima non si sono cambiati ampiamente i vertici del comando, i principali artefici di ogni disfatta. Certamente, però, devono essere assegnati ai dirigenti adeguati strumenti di potere per svolgere le proprie funzioni e obbligare i sottoposti all’esecuzione dei loro ordini con sufficiente, pur se non acritica, disciplina. Poi però, chi sbaglia nelle direttive emanate deve essere sostituito senza esitazioni né favoritismi.
Vi è inoltre il problema centrale della fiscalità, su cui tutti, a destra come a sinistra, si dedicano a vari balletti promettendo sempre riduzioni dell’imposizione, che lasciano ogni volta il tempo che trovano. In questi giorni si era “pubblicizzata” una nuova promessa governativa in tal senso, che convinceva comunque poco poiché lasciava sostanzialmente inalterata la pressione per la stragrande maggioranza della popolazione (situata nelle fasce inferiori del reddito, già oggi colpite dall’aliquota più bassa) mentre i vantaggi sarebbero aumentati rapidamente con il crescere del livello reddituale. Tuttavia, proprio oggi (13 gennaio) il premier ha detto, una volta di più, di essere stato frainteso e che le imposte non possono essere abbassate. Appare evidente che “in luogo appartato” Tremonti lo ha nuovamente bloccato, dimostrando così che il personaggio – su cui si impernia la (non) politica italiana, giacché tutto ruota attorno all’essere o pro o contro quest’individuo, in assenza di una qualsiasi scelta programmatica – non è dotato di alcuna reale autorità se non di pura immagine. Il problema comunque esiste, e prima o poi provocherà un finalmente palpabile malcontento. E’ però da discutere in altro contesto.

3. Non mi diffondo sugli aggrovigliati nodi di una possibile effettiva politica, i più negletti o superficialmente trattati dall’odierno ceto ufficialmente considerato afferente a tale sfera dell’attività sociale. Fino all’inizio degli anni ‘ 90 è esistito un insieme di agenti politici, aderenti a partiti inquadrati da determinate ideologie e portatori di programmi relativamente definiti con un minimo di coerenza. Lungi da me rimpiangere quel periodo o farne un’indebita apologia. Tuttavia, dopo “mani pulite”, la devastazione è stata pressoché completa e ha comportato la fine della politica in senso proprio. Nessuna autonomia essa ha più avuto rispetto ai particolari interessi dei vari comparti economici (produttivi e finanziari), che dei politici (guitti scadenti come mai nella storia d’Italia) si sono serviti solo da copertura per portare avanti obiettivi e progetti spezzettati, senza respiro strategico e con scadenti mediazioni, tanta protervia e manovre di inganno e raggiro tese a compiacere ambienti della potenza straniera, alle cui decisioni si è scelto di soggiacere.
Essendo soltanto una copertura, ampiamente finanziata quasi direttamente dagli agenti della sfera economica, l’attività denominata politica è in realtà soltanto stata un continuo traccheggiare, un imbrogliare le carte, un insultarsi reciprocamente, un farsi belli con i “padroni d’oltreoceano” (e i loro sicari in varie parti del mondo; ad iniziare da Israele, il principale fra essi). Uno spettacolo disgustoso, una “vetrina” allestita da gente di modi rozzi e totalmente priva di buon gusto e di qualsiasi idea; quindi ignara della necessaria coerenza (e delle condizioni di fattibilità) delle scelte da compiere. Questi “buoni a nulla” non progettano alcunché, improvvisano su stimolo dei poteri economici (a loro volta succubi di “altri”), fingono di guidare il paese in totale assenza di un briciolo di propria iniziativa, di un benché minimo sprazzo d’intelligenza. La “sinistra” poi, ormai ridotta ad una larva, non è in grado di stilare un qualsiasi indirizzo che non sia semplicemente la cacciata di un uomo, magari la sua messa in galera o l’espulsione dall’Italia. Nulla che lanci almeno un debole segnale d’esistenza del cervello.
L’unico che ha agito in proprio, senza servire da copertura di altri interessi, è Berlusconi e il piccolo gruppo che gli ha ruotato intorno in senso più stretto. La critica “terribile” rivoltagli dai servitori di molti padroni – cioè dal ceto politico politicante uscito dall’annientamento del vecchio regime Dc-Psi ad opera di un’impropria e perversa operazione travestita da giustizia – è quella del “conflitto di interessi”, di avere insomma perseguito solo i suoi propri. In realtà, questo è stato precisamente il suo punto di forza, e non solo personale; perché la linea scelta – e lo si è visto appunto in tema di politica estera “verso est”, che ha invelenito gli Usa – non è dipesa dalla lotta al coltello tra tanti industriali e finanzieri di grande inettitudine e servilismo verso lo straniero (si veda quel che è oggi l’osannato Marchionne; si prova disgusto e disagio di fronte alla piaggeria di giornalisti e intellettuali di ogni orientamento nei suoi confronti, piaggeria tipica di chi è prono agli Usa di Obama, che appoggia uno dei “suoi camerieri”). I nostri industriali e finanzieri, con la schiena curva davanti agli Stati Uniti, “pagano” (quasi in senso proprio e direttamente) un ceto pseudopolitico, coadiuvato da altri squallidi personaggi ancora denominati intellettuali, dando vita ad una sarabanda caotica e distruttiva, durante la quale si espongono alla rinfusa “in vetrina” molte merci avariate.
Berlusconi avrebbe invece potuto allestirla con pochi prodotti “suoi”, dotati di marchio ben distinguibile e capaci di efficace esportazione all’estero, specialmente appunto “in direzione est”. A me sembra però assai evidente che non è il personaggio giusto, in grado di rappresentare un certo blocco sociale mediante la formulazione di un articolato progetto servito da gruppi politici dotati di legami appropriati con le necessarie strutture della forza, del suo esercizio secondo le modalità della fase storica in cui si sta entrando; strutture necessarie per avere quello che si definisce il potere. Per quanto sembrerà strano a qualche sprovveduto, Berlusconi non ha reale potere, poiché quest’ultimo non è di semplice immagine secondo quanto pensano alcuni superficiali “psico-sociologi”. Sempre più si viene dimostrando che quest’uomo non è capace di svolgere funzioni di effettiva direzione; cerca di accontentare un po’ questo, un po’ quello e poi quell’altro ancora (l’ultima giravolta sul progetto di riforma fiscale è chiarissimo in proposito; ma già l’incapacità di presentare uomini del “proprio giro” quali candidati alla presidenza delle Regioni mostra la sua sostanziale inconsistenza).
Al massimo egli rappresenta un personaggio di transizione; ma temo nemmeno questa. L’importante è tenere presenti due fatti di notevole rilevanza. Sarebbe comunque necessario che si mettesse in moto in Italia – pur se magari senza successo per le proibitive condizioni in cui si lavora – il tentativo di creare una forza di vera opposizione all’attuale governo. Senza però nulla concedere all’opposizione esistente; finché essa non verrà completamente sostituita, sarà necessario valutare bene come si agisce poiché vi è il pericolo di favorire gruppi eversivi e antinazionali capaci di spegnere ogni barlume di transizione. Ribadisco che il gruppo politico facente capo al premier, fra l’altro molto ristretto e a mio avviso poco fidato, non dà garanzie di efficacia e stabilità nell’opera che sarebbe invece necessario intraprendere con forte determinazione; tuttavia l’opposizione odierna, priva di qualsiasi idea che non sia soltanto l’antiberlusconismo, è decisamente peggiore. Condizione preliminare per una reale politica contraria all’establishment attuale è la sconfitta verticale dell’ammasso di forze, di “destra” come (e soprattutto) di “sinistra”, prive di qualsivoglia identità politica che non sia il mero agitarsi scomposto per condurre allo sfascio il paese, rendendolo prono ai voleri di ambienti statunitensi particolarmente prepotenti (più ancora di quelli della precedente amministrazione).
E’ inutile però affannarsi adesso a seguire le giravolte della (non) politica messa “in vetrina” da scadenti e solo litigiosi “commessi di negozio”; cerchiamo invece di afferrare – compito complicatissimo per chi non ha sufficienti informazioni come noi – i movimenti di fondo in atto a livello sia internazionale che nazionale. E’ il compito prioritario: l’analisi della fase, ricordata più volte nei nostri scritti. Dobbiamo inventariare la “merce in bottega”, non osservare superficialmente la sua attualmente pessima “esposizione al pubblico”. La cogente strettoia è dunque la seguente: una politica per superare la sedicente “destra” e il cosiddetto berlusconismo senza nulla concedere alle cosche politicanti da Prima Repubblica (ma mille volte più scadenti di quelle di allora) affiancate da gruppi di agenti “venduti” agli interessi di una “potenza straniera” (i viola, autentici sicofanti che andrebbero processati per alto tradimento).

MANI PULITE: COME EBBE FINE L’ITALIA

Gianluca Freda – http://blogghete.blog.dada.net/

Per chi non lo avesse ancora visto, metto qui sopra questo illuminante intervento di Benito Livigni, che fu assistente personale di Enrico Mattei. Può servire a chiarire a cosa sia veramente servita “Mani Pulite”, l’operazione giudiziaria che all’inizio degli anni ’90 cancellò la vecchia classe politica italiana allo scopo di sostituirla con un apparato fedele ai poteri bancari e finanziari americani. Livigni chiarisce alcune finalità e implicazioni di questa operazione, che, con la complicità dei media e dei congiurati del vecchio PCI, svendette alla Goldman Sachs e alle compagnie petrolifere internazionali l’intero patrimonio pubblico italiano. Oltre, naturalmente, alla nostra dignità di nazione e al nostro futuro.

Un Commento a “Destra e Sinistra: fra Mattei e Mani Pulite, inutili contrapposizioni”

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