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Ma cosa abbiamo fatto di male per meritarci simili governi?

di Giancarlo Chetoni – 22/01/2010 – Fonte: Bye Bye Uncle Sam

Dopo le minacce di un nuovo intervento USA in Yemen e Somalia uscite dalla bocca di Barack Obama a West Point, il ministro degli Esteri Frattini, nel suo ultimo tour, questa volta nell’Africa Sahariana, accompagnato da un codazzo di alti funzionari della Farnesina, ha rilasciato durante le tappe della maxi-missione di rappresentanza in Mauritania, Mali, Etiopia, Kenya, Uganda, Egitto e Tunisia una serie di dichiarazioni che definire semplicemente vergognose è poco.
La trasferta della comitiva su uno dei A-319 CJ in allestimento VIP a disposizione dal 2000 della Presidenza del Consiglio – l’ordine di acquisto all’Airbus di Tolone fù firmato dal Baffo di Gallipoli – è cominciata a Nouakcott l’11 Gennaio e finita a Tunisi il giorno 19 (!) dopo l’incontro con il Presidente Ben Alì.
La prima tappa della combriccola tricolore ha fatto sosta nella capitale della Mauritania, uno dei Paesi che hanno rotto le relazioni diplomatiche con Israele nel gennaio 2009 come risposta al bombardamento dell’IDF su Gaza. Le difficoltà di Frattini sono apparse fin all’inizio evidenti con un percorso in salita.
Il Presidente Oul Abdallahi lo ha platealmente snobbato, lasciando l’onere dei contatti con il Ministro degli Esteri ad una semplice rappresentanza di parlamentari di maggioranza e di opposizione.
La richiesta avanzata dal titolare della Farnesina di un interessamento del governo di Nouakcott per la ricerca e la liberazione di due ostaggi italiani, Sergio Cicàla e sua moglie Filomen Kabouree – sequestro attribuito ufficialmente dalla Farnesina ad un nucleo di guerriglieri di Al Qaeda del Maghreb operante in Mauritania, sulla sola scorta di “informazioni“ sospette di fonte USA – ha finito per peggiorare le relazioni bilaterali.
L’iniziativa di Frattini è stata interpretata, e non poteva essere diversamente, come suscettibile di dare credito internazionale o ad uno scarso controllo della Mauritania sul suo territorio o, peggio, ad avvalorare il sospetto che Nouakcott ospiti e protegga formazioni armate legate all’internazionale del “Terrore“ del fantasmagorico e inossidabile Osama bin Laden nell’Africa Sahariana.
Un’ulteriore richiesta di informazioni avanzata da Frattini alla Repubblica del Mali dalla Mauritania (!) per un altro ostaggio, questa volta di nazionalità francese, Pierre Kemat, ha finito per convincere il Presidente Abdallahi di un’azione concordata tra Italia e Francia per danneggiare l’immagine del suo Paese.
Un Paese che dal 2008 ha dato concreti segnali di volersi sganciare dalla residua dipendenza coloniale, economica e culturale, di matrice occidentale per avvicinarsi a quel multilateralismo che si sta mangiando a fette USA ed Europa in Asia, Africa ed America Indio-Latina.
Il 12, l’Airbus CJ 319 ha portato il titolare e la folta delegazione della Farnesina a Bamako, dove Frattini ha avuto un lungo colloquio con il Presidente Amadou Turè, centrato su una linea di credito bancario di 65 milioni di euro offerti dall’Italia al Mali e sulla possibilità di un invio di 500 militari del più povero dei Paesi africani di rinforzo al contingente dell’Amisom ONU, prossimo al tracollo militare a Mogadiscio sotto l’incalzare dell’offensiva finale di Harakat al Shabaab Mujaheddin. Come apparirà evidente da quì in poi, la vera finalità del tour di Frattini sarà il tentativo di rimpolpare il contingente Amisom che dovrebbe legittimitare con la sua presenza militare nella capitale il cosiddetto ed ormai defunto governo Federale di Transizione ed il suo Presidente, eletto a Gibuti (!), Sheik Sharif Ahmed del sottoclan Agbal sostenuto da USA-NATO-Europa e Ban Ki Moon, con l’aggiunta di Medici Senza Frontiere ed altre ONG a libro paga occidentale.
Il peggio del peggio della diplomazia dell’Italietta è arrivato durante la tappa ad Addis Abeba, il 13, a margine dell’incontro col premier dell’Etiopia Meles Zenawi, responsabile di una sanguinosa aggressione armata autorizzata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU alla Somalia Meridionale, che ha lasciato sul terreno almeno 25.000 morti e prodotto l’esodo da Mogadiscio e zone limitrofe di 260.000 residenti, spinti dalla guerra verso territori desertici, totalmente privi non solo di acqua ma anche di  risorse alimentari.
Altre centinaia di migliaia di profughi che faranno affluire nelle casse del Palazzo di Vetro altri centinaia di milioni di dollari versati dalla cosiddetta – l’Italietta è sempre in prima fila – “Comunità Internazionale” e che finiranno per irrobustire la “fabbrica“ del Palazzo di Vetro.
Una  “fabbrica“ che con le guerre, le epidemie e la fame ingrossa, ingrassa, organizza, sostiene, convoglia e protegge i flussi di immigrazione clandestina dall’Africa all’Europa.
Ci verrebbe a mente, per stare al recente, il terminale del Palazzo di Vetro in Italia Laura Boldrini ed il suo ultimo esordio a Rosarno.
Frattini, dopo aver ribadito la sua perfetta identità di vedute con Zenawi sul “terrorismo legato ad Al Qaeda“ delle formazioni guerrigliere di Harakat al Shabaab Mujahediin che hanno inferto all’esercito regolare etiopico una devastante sconfitta militare, ha precisato (sentite, sentite) che “i ribelli a casa loro si combattono con le armi e non solo pattugliando il Golfo di Aden“.
La missione Atalanta dell’UE opera ormai da 14 mesi con unità navali nello stretto di Bad el Mandel e nel Golfo di Aden, appoggiandosi al centro comando AFRICOM di Gibuti in raccordo con quella NATO “Ocean Shield“ contro la pirateria al largo del Corno d‘ Africa.
Un pattugliamento che durerà – ha dichiarato all’AFP il maggiore Stefano Baccanti portavoce del C.G di Bruxelles – “fin quando necessario“  in perfetto stile Mullen-Petraeus-McChrystal-Rasmussen.
Un altro Afghanistan, questa volta d’acqua salata, dove decine navi-madre che fanno capo ad approdi nello Yemen e nelle Regioni “autonome“ del Puntland e della Somaliland, imbarcano centinaia di misteriosi delinquenti che ostacolano e taglieggiano, indisturbati, ormai da tre anni, il traffico energetico allo stretto di Ormuz e quello mercantile in navigazione da e per l’Asia che si affaccia su Pacifico e Oceano Indiano, con barche di 5-6 metri a fondo piatto spinte da una motorizzazione tra i 25 ed i 50 cavalli anche a 350 miglia dalle coste della Somalia. Con una precisione “satellitare” nell’intercettare le rotte delle navi da sequestrare all’interno delle acque territoriali dello Yemen. Argomento che merita molta, molta attenzione.
Un linguaggio quasi di guerra, quello usato per l’occasione da Frattini dalla ex capitale del Negus Selassiè, che finisce per pappagallare alla perfezione, con studiata e manifesta intenzionalità, le dichiarazioni del Premio Nobel per la Pace di Washington e che lascia intravedere negli orizzonti della politica estera e militare della Repubblica delle Banane la piena disponibilità a dare ancora una volta, ed a costi sempre più insostenibili per la comunità nazionale, una mano all’alleanza in una nuova “missione di pace“.
La prossima tappa dell’Italietta, se pioverà quel che tuona, con la benedizione che certo non mancherà di Napolitano & Soci, sarà nel  Corno d’Africa per stoppare ancora una volta con del ”buon” peace-enforcing altri “terrorismi“, per contrastare, come si ripete ormai dal settembre 2001, la barzelletta della crescente minaccia del fondamentalismo islamico alla sicurezza dell’Occidente.
Il 14 è toccato al Kenya il dover digerire le facce in trasferta della Farnesina. Argomento dei colloqui di Frattini con il Presidente Mwai Kibaki (di etnia kikuyu, quella de “La mia Africa“) come da copione pirateria e terrorismo fondamentalista nel Corno d’Africa. Presenti all’incontro il Ministro degli Esteri Wetangula ed il “presidente–fantoccio e generale senza esercito“ della Somalia Sheik Sharif Ahmed in esilio, questa volta, a Nairobi per salvare la pelle dopo la condanna a morte per collaborazionismo con USA ed Europa irrogatagli da Harakat al Shabaab Mujahediin.
Negli ultimi tre anni il Kenya ha ottenuto dall’Italia un ammontare di 210 milioni di euro a credito d‘aiuto ed in donazioni, 160 e 50 rispettivamente.
L’Italia sta valutando inoltre  positivamente la concessione di un prestito agevolato di 3.5 miliardi di scellini kenyoti per approntare con tecnici e maestranze locali opere idrauliche sulle vie d’acqua del Paese.
Il 15 gennaio nuovo rifornimento di kerosene avio per la visita del Ministro in Uganda, 5° tappa del suo viaggio in Africa. Atterraggio a Kampala e nuovo “summit“ con un altro solito corpulento, fino all’obesità, Capo di Stato di un Paese assassinato da spaventosa guerra civile, assediato dalle fame, corroso da una ciclopica corruzione, da epidemie di malaria, tubercolosi, febbre emorragica ed AIDS: l’Uganda di Kaguta Museveni, accompagnato per l’occasione dal più potente uomo d’affari del Paese, Sam Cutesa, nella veste di plenipotenziario agli Esteri. Le cronache locali lo descrivono padre di 57 figli e marito di 18 mogli, adorato e rispettato dalla sua tribù per aver addentato dei cuori di gazzella.
All’Uganda nell’aprile del 2002 ha cancellato un debito pregresso di 116 milioni di dollari mentre la Cooperazione della Farnesina ha concesso un “dono“ di 21 milioni di euro.
Volete sapere quanti militari fornisce l’Uganda al contingente Amisom in Somalia Occidentale sui 3.200 che l’ONU è riuscita a raccattare in tutta l’Africa?
La bellezza di 2.600, dotati di armamento pesante fornito da USA ed Israele, asserragliati in due ridotte a Mogadiscio, che in preda alla follia sparano su tutto quello che si muove, cannoneggiano la città ed uccidono a colpi di mortaio gli abitanti dei quartieri tenuti da Harakat al Shabaab Mujahediin.
E’ tutto quello che rimane a bacchetta dei “badroni” dell’Occidente nel Continente Nero.
Egitto, Tunisia e Marocco nicchiano perché hanno ben altro a cui pensare dentro e fuori casa.
Una politica estera appiattita dal 1993 in poi su quella USA ha portato l’Italia a distruggere un po’ alla volta il legame storico che l’ha legata alla Somalia prima e dopo la 2° guerra mondiale a partire dalla caduta del governo di Siad Barre, già sottufficiale in forza all’Arma dei Carabinieri.
Vi risparmiamo per ora la 6° e penultima tappa che Frattini ha compiuto in Egitto. Ci sarà il tempo per farlo e per capire le motivazioni, inconfessabili, che hanno messo una visita a Il Cairo nell’agenda delle priorità della Farnesina.

Un Commento a “Il viaggio africano del ministro Frattini”

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