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Sulla  Borsa merci di Chicago  anche in questo momento,  anche voi, potete comprare e vendere derrate alimentari, sementi di varia natura. Sono ovviamente  prodotti che non  possedete fisicamente ma sui quali potete prendere possesso, scommettere al rialzo o al ribasso. Nel 2007 la onnipresente e onniscente Goldman Sachs, lanciò un ” buy ” sui prodotti agricoli nella Borsa di Chicago unificata da poco. Raccomandò i risparmiatori di investire sui prodotti agricoli prevedendo difficoltà di accapparramento e l’opportunità di mettersi al riparo da rischi speculativi e da una crisi economica montante.  In un batter d’occhio i cereali salirono in borsa a cifre record, come ricaduta in breve tempo aumentarono pasta, pane, farine varie.  Quando i risparmiatori buoi furono entrati, per la gran parte nella stalla, la banca iniziò a disfarsi  dei cereali provocando un fuggi fuggi ma per i buoi investitori come sempre era troppo tardi. In questi due anni che  seguirono i prezzi precipitarono ad un costo inferiore al prezzo di produzione degli stessi cereali, anche ammettendo il contributo PAC comunitario ovviamente. L’agricoltura dell’intera Europa viene messa al muro. L’Europa grassa abituata a lavorare per un giusto reddito si trovò così a lavorare per perdere denaro anzichè per guadagnarlo. Conosco di persona degli agricoltori che mi hanno dato i conteggi di costi e ricavi del 2008 e 2009. Ebbene, mentre nel 2008 si poteva parlare di pareggio per il mais e di perdita per il grano,  l’anno scorso la cosa è peggiorata e la perdita è in ogni coltivazione di cereali. Questo è successo nella bassa Padana che è il terreno che ha il più alto livello -su 7- di fertilità del pianeta. E’ il bello della globalizzazione miei cari,  quella globalizzazione imposta dagli Usa che i celerini difendono con il manganello nelle proteste di piazza. Disperati di tutto il mondo, dai contadini indiani che si suicidano in 25000 all’anno – perchè coltivando transgenico non riescono a produrre nulla negli anni di  variazioni climatiche – ai campesinos sudamericani, ai poveri cinesi che hanno distrutto la loro terra per entrare nel mercato globale utilizzando veleni a man bassa, fino all’Africa della fame nera, tutti condannati a lavorare per un sol padrone il mercato che tradotto significa un cartello di banche che  scorazzano nella borsa di Chicago. I compartimenti stagni creati dagli stati nazionali per proteggere i loro cittadini e le loro forme primarie di sostentamento sono stati spazzati via dalla criminale azione di WTO e dall’FMI col ricatto del prestito usuraio che sempre concede agli stati che hanno difficoltà se non impossibilità a pagare. Ovviamente  la famigerata Organizzazione Mondiale per il Commercio è controllata dai soliti USA, GB con la complicità delle grandi banche, è quasi superfluo ricordarlo. Senza la protezione degli Stati sovrani le agricolture di tutto il mondo sono in balia degli umori di chi non perde occasione di fare ottimi guadagni in borsa lasciando ai lavoratori della terra la possibilità di scannarsi a vicenda per  sopravvivere.  Ribellarsi è impossibile  si diventerebbe stati canaglia di fatto, con i pericoli di isolamento economico, sanzioni ed embarghi. Le associazioni di categoria italiane Confagricoltura, Coldiretti, Cia, queste cose le sanno, ma sembrano immobilizzati e increduli, loro che per anni hanno tirato la volata alle  multinazionali americane per imporre il loro mais ibrido dal sapore di nulla, soia transgenica ed altre sementi ibride ed ovviamente concimi e veleni a go go.  Adesso non sanno che fare dopo la genialata di suggerire agli agricoltori di bruciare nelle satufe il loro mais! Altra scemenza è stata quella di sostenere la produzione di olio combustibile ed etanolo tutte colture che costano di più di quanto rendono. Si fossero mai chiesti se conveniva magari piantare degli alberi con un rendimento doppio rispetto ai cereali? Ma li non c’era niente da guadagnarci in termini di obblighi burocratici sui quali costruiscono i logo guadagni grazie alle consulenze e le domande di contriburìto che presentano per conto dei contadini. Adesso qualcuno parla di biologico fingendo di crederci dopo averlo ripudiato per anni deridondone  i pionieri… E i Consorzi agrari, quelli che hanno distribuito le sementi, i veleni in quantità doppia rispetto agli altri stati europei producendo di fatto la sterilizzazione dei terreni, l’inquinamento delle falde acquifere e dei corsi d’acqua, favorendo la devastazione delle campagne in tutta Italia? Sono ancora a proporre veleni perchè è lì che c’è margine.  E’ doveroso ricordare che sono quelli stessi che hanno prodotto al tempo  il più grande scandalo  italiano: lo scandalo Federconsorzi appunto. Come andrà a finire? Qualche proprietario terriero illuminato ha iniziato a produrre biomassa da convertire in biogas in grandi impianti. Mentre nelle nazioni serie si sponsorizza la biomassa come produzione agricola destinata a divenire energia termica ed elettrica. Ad oggi questo sembra essere uno dei pochi settori che hanno un futuro. Purtroppo in Italia fare una cosa buona, logica, sembra essere addirittura impossibile. E allora restiamo qui in balia degli umori degli speculatori internazionali attendendo la fatidica data del 2013 momento in cui anche i contributi agricoli PAC spariranno come hanno comandato gli USA. Nel frattempo un incubo cresce sopra le teste di tutti ed è il transgenico che promette di far piazza pulita di tutte le varietà di pregio di cereali che l’Italia conserva da millenni. L’inquinamento genetico è in natura impossibile da arrestare perchè il vento e gli insetti ne trasportano il polline; potrebbe essere una strada senza ritorno. La cosa appare ancor più perfida oggi dopo il sabotaggio della Banca dei Cereali di Bari. (di cui abbiamo postato un articolo ndr). C’è da augurarsi che gli Usa collassino prima di tale data sotto il peso delle loro guerre e liberino il mercato mondiale e gli Stati ora solo parzialmente sovrani dalla loro morsa. In caso opposto, con che cosa mangeranno le famiglie di contadini in ‘Europa? Dobbiamo difendere con le unghie e i denti la nostra ricchezza e variabilità genetica delle sementi, specie quelle per alimentazione animale e umana. Non abbiamo alibi per essere indifferenti e menefreghisti, ne va della vita dei nostri successori e di tutti gli esseri viventi della terra stessa. Solo  creando debite barriere doganali per i prodotti agricoli provenienti da economie dopate e foraggiate si potrà ritornare a difendere le nostre coltivazioni le nostre varietà e ad avere una autentica e sicura  sovranità alimentare. O  no?

Allego sotto l’articolo di Maurizio Blondet di effedieffe.com di qualche mese fa, che vi chiarirà ulteriormente le idee.

Lino Bottaro

Mangeremo domani?

Maurizio Blondet  28 ottobre 2009 effedieffe.com

Da un comunicato stampa: «Produrre il grano in Toscana non conviene piu’, anzi si ha una perdita media di 300 euro per ettaro». Cosi’ la pasta fatta in Toscana potrebbe divenire solo un ricordo. L’allarme viene lanciato dalla Cia Toscana: «La crisi del settore cerealicolo – sostiene – non conosce soste e precipita sempre piu’. La coincidenza fra crisi di mercato, dei prezzi e i pessimi risultati dell’annata produttiva, stanno mettendo a rischio la tenuta delle aziende, delle cooperative e di tutto l’indotto (…) . Un calcolo spiega che non conviene piu’ produrre. “Agli agricoltori – sottolinea Alessandro Del Carlo, della presidenza della Cia Toscana – non si puo’ chiedere di produrre in condizioni di sicura perdita economica, quando i costi di produzione sono mediamente attorno ai 900 euro ad ettaro, con dei ricavi che oscillano sui 600 euro». Altro comunicato: «La drammatica situazione di migliaia di imprese agricole deve preoccupare il Governo e l’intera collettività dal momento che il crollo dei prezzi dei prodotti agricoli, ed in particolare del grano, che ha toccato il prezzo di decenni or sono, ovvero di 15/16 centesimi al chilo (mentre il pane e al pasta vengono venduti a prezzi assurdi) sta mettendo in ginocchio la nostra agricoltura e il rischio per il futuro è la scomparsa di tante aziende». E’ un altro degli effetti perversi del capitalismo terminale. La finanza trascura l’agricoltura, perchè i capitali lì investiti rendono poco; i subprime, i Credit Default Swaps, i titoli tossici, le dot-com, gli hedge funds: quelli sì sono rendimenti da superbonus. Quanto ai governi, hanno stanziato sostegni all’industria dell’auto – che contrariamente all’agricoltura, soffre di una sovrapproduzione cronica, ma non ai contadini. Dunque, ecco il risultato: nonostante la scarsità e i cattivi raccolti, la domanda superiore all’offerta, i prezzi dei cereali calano. Al punto che agli agricoltori non conviene più produrre. Almeno fino al giorno in cui la fame globale ristabilirà il «mercato», il giusto equilibrio tra domanda ed offerta. Ma allora ci saranno ancora agricoltori? E inoltre, il grano non viene prodotto a macchina; ci vuole un anno a farlo maturare. Mentre noi dobbiamo già mangiare fra qualche ora. Il fenomeno è mondiale, ed è stato notato da Dylan Grice, analista della Société Génerale. In questi ultimi mesi abbiamo visto rialzi di tutto: dalle azioni (l’indice di Borsa Standard & Poor’s è salito del 15%) al petrolio (da 65 a 83 dollari), per non parlare di tutte le materie prime metalliche e minerali. Una sola eccezione: il cibo. O per dir meglio, il cibo rincara per i consumatori, ma cala per chi lo produce. cibo_futuro.jpg Il prezzo mondiale del frumento è precipitato del 70% dal 2008, quello del mais è sceso del 50%. Vuol forse dire che ne è stato prodotto troppo, come si stanno producendo troppe auto? Al contrario. Le riserve mondiali di grani, bastanti per nutrire il mondo per 4 mesi nel 2000, sono scese a 2,6 mesi. Le riserve cinesi in dollari sono sovrabbondanti, in granaglie sono ad un livello minimo mai visto da trent’anni. Gli stock di riso in Asia sono a livello di guardia. Nè si può dire che le prospettive future della «domanda» siano incerte. La Cina già oggi deve nutrire il 22% della popolazione mondiale (la sua) disponendo solo dell’8% della terra arabile del mondo, e del 7% dell’acqua da irrigazione. Già oggi la Cina nutre 12,5 persone su un ettaro di terra, contro i 4,1 della «vecchia» Europa (escluso l’est) e gli 1,7 degli USA. La Cina perde terra fertile a ritmi pazzeschi, fino dal ’75 al ritmo di 800 chilometri quadrati l’anno per desertificazione, oggi al ritmo di 1.800 chilometri annui sotto la cementificazione, le strade, le fabbriche e i nuovi grattacieli. E la terra arabile rimasta ha una produttività decrescente. E la Cina è un cliente solvibile, può pagare. Anzi di fatto già compra, non grani, ma terreni in Madagascar e in Africa in genere, in America Latina, in Indonesia, e ne affitta in Siberia. Nel solo primo semestre 2009, Pechino ha trattato l’accaparramento di 30 milioni di ettari, la superficie coltivabile della Francia. Intanto in USA, il granaio del mondo, almeno il 10% della produzione di grani viene usato per produrre etanolo: Obama non ha eliminato il sussidio assegnato da Bush agli agricoltori che convertono i loro cereali in carburanti, 45 centesimi a gallone. Secondo l’ONU, la produzione dovrà aumentare del 77% nel decennio prossimo. Impossibile, se non si mette a cultura moderna l’area del mondo più fertile e meno produttrice a causa del passato socialista, le terre nere di Ucraina (che possono triplicare) e della Russia, che dall’epoca di Kruscev ad oggi è scesa dai 240 ai 207 milioni di ettari. Insomma, «il cibo non sarà mai più a buon prezzo», dice Evans Pritchard sul Telegraph (1). In altre parole, le prospettive, sinistre per le bocche da sfamare, sono ottime per i «mercati» finanziari. Tant’è vero che Grice consiglia gli speculatori di lasciar perdere i Buoni del Tesoro, e di buttarsi nell’agricolo, speculando in ETF (Exchange Traded Funds) per lucrare sui prossimi, inevitabili, rincari. Sul Telegraph, Evans-Pritchard dà un consiglio analogo: investire in «Monsanto, Syngenta e Potash» può non convenire, perchè le loro azioni si scambiano a prezzi già alti. Ma promettono bene altri nomi del biotech, dei fertilizzanti e dei servizi agricoli, «Golden AgriResources, Yara, Agrium, Bunge», per non parlare di «Troika Dialog» di Mosca, e «Uralkali» che produce fertilizzanti. E’ il più letale dei consigli che si possa immaginare, in un mondo e in un’Europa dove, come s’è visto, già agli agricoltori non conviene produrre perchè i loro profitti non compensano i costi. Lasciata libera di agire nel settore primario, comparndo i titoli delle nefande multinazionali come Monsanto, la speculazione finanziaria farà quel che ha fatto in tutti i settori che ha rovinato: retribuire il capitale a spese del lavoro, che da un ventennio è stato retribuito poco o nulla nell’industria. Affamare di più gli agricoltori, per pagare i bonus ai dirigenti di Syngenta e agli azionisti di Monsanto. Non ce lo possiamo permettere e, se avessimo dei governi, non lo dovranno permettere. E’ la stessa conclusione cui è giunto Joseph Stiglitz, Nobel per l’economia, commemorando la scomparsa di Norman Borlaug, Nobel per la pace. Borlaug è stato l’inventore della «rivoluzione verde», la crescita della produzione agricola che ha fatto passare l’India dalle carestie ricorrenti all’autosufficienza alimentare. Se la teoria economica liberista fosse vera, nota Stiglitz, Borlaug dovrebbe essere l’uomo più ricco del mondo; dovrebbe essere stato sepolto sotto «bonus» miliardari per l’accrescimento di ricchezza reale che ha prodotto; e invece, i traders di Wall Street, i banchieri e i capi di Goldman Sachs dovrebbero fare la fila alle mense dei poveri, per i danni che hanno provocato all’economia, la distruzione di ricchezza, e la disuccupazione che hanno sparso nel mondo sviluppato. E’ la dimostrazione più patente, dice Stiglitz, che la teoria economica imperante è falsa, che non è nemmeno meritocratica, e che non alloca i capitali meglio di… Meglio di chi? Dello Stato, magari. La dottrina agricola europea, dettata dal non-Stato UE, ha obbligato gli Stati a tagliare tutti i sussidi: sempre in nome del «mercato», della teoria economica falsa. Gli agricoltori europei si arrangino se non producono a costi competitivi, comprerermo il grano sui «mercati mondiali». Il piccolo particolare trascurato è che i «mercati mondiali», oggi a prezzi stracciati, rincareranno domani sicuramente quando i nostri agricoltori non ci saranno più perchè espulsi dal «mercato». La sovrapproduzione di ieri è scomparsa in Europa, ed ora comincia il peggio. Tanto peggio, in quanto gli economisti che non sono pagati per mentire vedono un prossimo «secondo crack», che colpirà un mondo occidentale già dissanguato, dove una immensa ricchezza è già stata distrutta, dove le fabbriche chiudono, e pieno di disoccupati e sotto-salariati (2). Che fare? Sarkozy ha appena lanciato un piano per il sostegno dell’agricoltura nazionale (3). Un miliardo di prestiti bancari e 650 milioni di euro di sostegno diretto dello Stato. Con tanti saluti alle regole europee: «Mi rifiuto di lasciare che l’agricoltura francese sia travolta dalla crisi». I tassi reali dei prestiti al settore primario, grazie all’aiuto di Stato, saranno dell’1,5% per cinque anni, e caleranno all’1% per gli «agricoltori giovani». 200 milioni di euro saranno destinati ad alleggerire gli interessi e all’aiuto alle ristrutturazioni. Altri 170 milioni al rimborso della tassa sui prodotti petroliferi usati dai contadini. Cinquanta milioni di contributi sociali delle aziende agricole saranno presi a carico dello Stato, insieme ad altri 50 milioni di euro di imposte sulle costruzioni agricole. Inoltre, Sarkozy ha annunciato una legge di modernizzazione dell’agricoltura prima della fine dell’anno, «onde inquadrare i rapporti tra produttori di latte e trasformatori». Ossia, se ben capisco, sarà stabilito per legge che i produttori devono essere compensati meglio rispetto ai trasformatori e commercianti. «La crisi dell’agricoltura», ha detto infatti il presidente, «rivela in primo luogo una falla della regolamentazione europea e mondiale a cui si deve rispondere d’urgenza. In secondo luogo, rivela delle mancanze nazionali vere, nella ripartizione del valore in seno alle nostre filiere agricole». Il valore sarà ripartito meglio, per ordine pubblico: «Ogni agricoltore deve poter vivere del suo lavoro e della sua produzione», ha aggiunto. «La terra fa parte dell’identità nazionale francese, e io sono stato eletto per difendere l’identità nazionale francese». Sarà anche ridocolo Sarko, ma il gollismo non è acqua. E magari, sta facendo l’investimento migliore.

3 Commenti a “Agricoltura, verso la distruzione del settore primario italiano”

  • mario:

    Mi permetto di segnalare che la soluzione a questa gravissima problematica,
    potrebbe essere l’adozione della filiera corta a Km zero. La creazione di
    gruppi di acquisto solidale dal produttore al consumatore con giusto
    riconoscimento economico del prodotto-
    Per quanto riguarda l’utilizzo di fertilizzanti chimici che stanno avvelenando la terra e l’acqua, oggi esiste un prodotto gìà sperimentato
    con ottimi risultati che si chiama MICOSAT F.
    Questo prodotto ottimizza i raccolti ed è assolutamente naturale.
    Risparmia il 50pct di consumo idrico e soprattutto bonifica il terreno
    da tutti i veleni in esso contenuti.
    E’ ora di agire.

  • Lino Bottaro:

    Condivido Mario la tua posizione. Conosco il Micosat da più di dieci anni e ne conosco le potenzialità. Per quanto riguarda la reale volontà dei nostri rappresentanti politici e sindacali nutro seri dubbi ma non dobbiamo lasciarci andare e insistere nella giusta strada e agire come dici tu.

  • SDEI:

    Come tecnico agricolo da più di 40 anni, NON posso che condividere in toto quello che sostiene MARIO sulla filiera corta e/o a KM zero; è uno dei pochi mezzi che ha il produttore per garantire al meglio le vendite dei suoi prodotti, ma anche per fare risparmiare il compratore/consumatore fornendoli un prodotto sano garantito e sopratutto fresco !!!
    E’ notizia di questi giorni che in Friuli Venezia Giulia è nato un progetto dal nome estremamente significativo, essa è la filiera corta del “pane friulano” un bene PRIMARIO; il frumento è prodotto seguendo un disciplinare tecnico in Regione, viene macinato in loco da un Mulino tradizionale, la farina ottenuta viene impastata e cotta secondo tecniche dettate dall’ Università di UDINE ed infine viene venduto presso i punti vendita della COOP NORDEST caldo profumato e croccante, UNA VERA SQUISITEZZA !!!

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