Articolo inviatoci e tradotto da Carmen Gallus.
Link: http://www.gata.org/node/8317
La crisi greca sta sbarcando in America
Niall Ferguson
Financial Times, London
Mercoledì 10 febbraio 2010
E’ cominciata ad Atene. Si sta diffondendo a Lisbona e a Madrid. Ma sarebbe un grave errore ritenere che la crisi del debito sovrano rimarrà circoscritta alle economie più deboli della zona euro.
Perché abbiamo a che fare con qualcosa di più di un semplice problema del Mediterraneo, con un acronimo da cortile. Si tratta di una crisi fiscale del mondo occidentale. E le sue ramificazioni sono molto più profonde di quanto non si rendano conto oggi la maggior parte degli investitori.
Vi è ovviamente un elemento particolare nella crisi dell’euro. A causa del modo in cui l’Unione monetaria europea è stata progettata, non vi è infatti alcun meccanismo di salvataggio del governo greco da parte dell’Unione europea, o da parte degli altri Stati membri, o della Banca centrale europea (articoli 123 e 125 del trattato di Lisbona). Invero, l’articolo 122 può essere invocato dal Consiglio europeo per assistere uno Stato membro che sia “seriamente minacciato da gravi difficoltà causate da calamità naturali o eventi eccezionali che sfuggono al suo controllo”, ma a
questo punto nessuno può far finta che il disavanzo della Grecia sia stato un evento divino.
Né vi è modo per la Grecia di svalutare la propria moneta, come avrebbe potuto fare con la dracma prima dell’Unione Monetaria. Nemmeno è previsto un meccanismo per cui la Grecia possa uscire dalla zona euro.
Rimangono solo tre possibilità: una delle più strazianti strette fiscali della moderna storia europea – la riduzione del disavanzo dal 13 al 3 per cento del prodotto interno lordo in soli tre anni; il default definitivo su tutto o su parte del debito del governo greco, o (più probabilmente, come segnalato da agenti tedeschi Mercoledì) una sorta di piano di salvataggio guidato da Berlino. Poiché nessuna di queste opzioni è molto attraente, e poiché ogni decisione sulla Grecia avrà conseguenze per il Portogallo, la Spagna, e forse altri, la speculazione può correre parecchio prima che se ne possa
venire a capo.
Ancora, le idiosincrasie della zona euro non devono farci perdere di vista il carattere generale della crisi fiscale che ora affligge la maggior parte delle economie occidentali. La chiamano la geometria frattale del debito: il problema è essenzialmente lo stesso dall’Islanda all’Irlanda alla Gran Bretagna agli Stati Uniti. Si tratta solo di dimensioni molto diverse.
Ciò che nel mondo occidentale dobbiamo imparare è che non esiste una cosa come un pranzo gratuito keynesiano. Il deficit non ci “salverà” nemmeno la metà di quanto abbia fatto la politica monetaria – i tassi di interesse pari a zero più l’”allentamento quantitativo”. In primo luogo, l’impatto della spesa pubblica (il santificato “moltiplicatore”) è stato molto minore di quanto i sostenitori dello stimolo avessero sperato. In secondo luogo, c’è una buona dose di “perdite” da economie aperte in un mondo globalizzato. Da ultimo, soprattutto, l’esplosione del debito pubblico presenta delle bollette che scadono molto prima di quanto non ci si aspetti.
Per l’economia più grande del mondo, gli Stati Uniti, il giorno della resa dei conti sembra ancora remoto in maniera rassicurante. Peggio vanno le cose nella zona euro, tanto più il dollaro USA si riprende perché gli investitori nervosi parcheggiano la loro liquidità nel porto “sicuro” del debito pubblico americano. Questo effetto può durare per alcuni mesi, proprio come il dollaro e i titoli del Tesoro si ripresero al culmine del panico bancario alla fine del 2008.
Eppure, anche un’occhiata frettolosa alla posizione fiscale del governo federale (per non parlare degli Stati), fa sembrare assurda la frase “rifugio sicuro”. Il debito pubblico degli Stati Uniti è un rifugio sicuro così come lo era Pearl Harbor nel 1941.
Anche secondo le proiezioni del bilancio preventivo della Casa Bianca, il debito lordo federale supererà il 100 per cento del PIL nel giro di appena due anni. Quest’anno, come l’anno scorso, il deficit federale sarà di circa il 10 per cento del PIL. Nel lungo periodo le proiezioni del Congressional Budget Office suggeriscono che gli Stati Uniti non avranno mai più un bilancio in pareggio. Il che è giusto, mai.
Il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente pubblicato le stime degli adeguamenti fiscali di cui le economie sviluppate avrebbero bisogno per ripristinare la stabilità delle finanze pubbliche nel prossimo decennio. I peggiori sono stati il Giappone e il Regno Unito (un inasprimento fiscale del 13 per cento del PIL). Poi viene l’Irlanda, la Spagna e la Grecia (9 per cento). E al sesto posto? Fa un passo avanti l’America, che avrebbe bisogno di un inasprimento della politica fiscale da 8,8 per cento del PIL per soddisfare il FMI.
Le esplosioni del debito pubblico danneggiano le economie, come numerosi studi empirici hanno dimostrato. I timori di default e/o di svalutazione della moneta anticipano l’inflazione reale, provocando il rialzo dei tassi d’interesse. L’aumento dei tassi reali, a sua volta, funge da ostacolo alla crescita, soprattutto quando anche il settore privato è fortemente indebitato – come avviene nella maggior parte delle economie occidentali, non meno che negli Stati Uniti.
Anche se il tasso di risparmio delle famiglie americane è aumentato da quando è cominciata la Grande Recessione, non è tuttavia salito abbastanza per assorbire un trilione di dollari di emissione netta del Tesoro in un anno. Solo due cose finora impediscono ai rendimenti dei titoli di aumentare: l’acquisto di buoni del Tesoro (e i mortgage-backed securities, che molti venditori in sostanza, scambiano con titoli del Tesoro) da parte della Federal Reserve e l’accumulo di riserve da parte delle autorità monetarie cinesi.
Ma ora la Fed sta gradualmente eliminando tali acquisti e prevede di concludere l’allentamento quantitativo. Nel frattempo, i cinesi hanno drasticamente ridotto i loro acquisti di Treasuries, da circa il 47 per cento della nuova emissione nel 2006, al 20 per cento nel 2008, a un 5 per cento circa lo scorso anno. Non c’è da meravigliarsi se Morgan Stanley presuppone che i rendimenti a10 anni passeranno quest’anno da circa il 3,5 per cento al 5,5 per cento. Su un debito lordo federale che si avvicina velocemente a 1.500 miliardi di dollari, che comporta fino a 300 miliardi di dollari di interessi extra – e ci si arriva abbastanza rapidamente con la scadenza media del debito ora inferiore
a 50 mesi.
Il nuovo bilancio dell’amministrazione Obama prevede allegramente una crescita del PIL reale del 3,6 per cento nei prossimi cinque anni, con un’inflazione media del 1,4 per cento. Ma con l’aumento dei tassi reali, la crescita potrebbe essere inferiore. In queste circostanze, il pagamento degli interessi potrebbe aumentare vertiginosamente assorbendo una quota delle entrate federali – da un decimo a un quinto a un quarto.
La scorsa settimana Moody’s Investors Service ha avvertito che la tripla A di rating del credito degli Stati Uniti non dovrebbe essere data per scontata. L’avvertimento ricorda la micidiale domanda di Larry Summers (posta prima di tornare al governo): “Per quanto tempo il mutuatario più grande del mondo può continuare ad essere la più grande potenza del mondo?”
Riflettendo, è appropriato che la crisi fiscale dell’Occidente abbia avuto inizio in Grecia, la culla della civiltà occidentale. Presto attraverserà il canale per arrivare in Gran Bretagna. Ma la questione chiave è quando la crisi raggiungerà l’ultimo baluardo del potere occidentale, dall’altra parte dell’Atlantico.
—-
Lo scrittore è un redattore del Financial Times e autore di “The Ascent of Money: A Financial
History of the World.”





























Cito: “Riflettendo, è appropriato che la crisi fiscale dell’Occidente abbia avuto inizio in Grecia, la culla della civiltà occidentale.”
Secondo me non è corretto, la crisi fiscale ha avuto inizio negli Stati Uniti, infatti l’epicentro del terremoto sono gli Stati Uniti, sarebbe più corretto dire che si cerca di spostare le conseguenze, se gli Stati Uniti non rientrano capitali cioè $, potrebbero fallire miseramente, a questo punto cercheranno di indebolire la fiducia sull’euro, poichè la Cina decide di non acquistare bond americani, il circolo virtuoso Stati Uniti e Cina si è quasi rotto, a questo punto vale la regola Mors tua vita mea, cioè Mors € vita $.